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Pornografia femminista e post-pornografia

La pornografia svolge un ruolo importante nell’informare – e conformare – gli immaginari erotici dei suoi fruitori. L’accessibilità e la gratuità di un sovrabbondante materiale pornografico sono garantite, in rete, da Porn Hub a partire dal 2000 e da YouPorn dal 2007, piattaforme tra le più popolari e imitate al mondo. Entrambi i siti sono progettati in ottica 2.0, ovvero si alimentano di contenuti generati e condivisi dagli utenti.

Non occorre essere esperti semiologi per osservare come le relazioni sessuali proposte dalle produzioni pornografiche tradizionali (rivolte perlopiù a un target maschile eterosessuale) esprimano la supremazia del soggetto e del desiderio maschili a discapito della figura e del piacere femminili. I partner sono raramente complici di un percorso di ricerca del piacere, in un equilibrio di attenzione e cura reciproci; al contrario, le donne tendono a disporsi all’accoglienza e alla soddisfazione dei partner sessuali e sono presentate come strumenti dell’appagamento maschile piuttosto che come soggetti desideranti e interlocutori paritari.

Anche la videocamera si incarica di veicolare uno sguardo strumentale alla soddisfazione maschile: è orientata dove si ritiene si orienterebbe lo sguardo del soggetto per cui il film è confezionato. Per questa ragione il performer è spesso assente dalla scena, ad eccezione del suo pene. I video, d’altra parte, contemplano quasi esclusivamente interazioni genitali e si chiudono con l’eiaculazione, obiettivo fisiologico e narrativo verso il quale l’intero apparato filmico sembra muovere. In un incedere narrativo che si suppone appropriato e appagante per il soggetto maschile, le donne sono oggetto di sguardi e comportamenti troppo frequentemente degradanti.

Pensatrici e pensatori femministi, nonché soggetti sensibili ad un’equa considerazione e presentazione delle relazioni fra i generi, hanno nel tempo fondatamente valutato la pornografia come un dispositivo di consolidamento e perpetuazione di rigidi stereotipi di genere e di dinamiche di subordinazione femminile, sollevando un acceso dibattito nella consapevolezza del peso politico di questi fattori. Riflettendo sulla dirompenza storica e sull’accoglienza di opere d’arte contemporanea dedicate all’autodeterminazione, anche sessuale, della donna, è facile constatare come certe grammatiche e immaginari risultassero – e risultino – estremamente impermeabili alla trasformazione.

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Efrain John Gonzalez

Il film erotico Fuses, girato con una Bolex a carica manuale dall’artista Carolee Schneemann nel 1965, per cercare di dare forma e figurazione al proprio desiderio, così come il successivo Interior Scroll (1975), performance durante la quale l’artista estraeva dalla propria vagina un testo dedicato alla denigrazione della creatività femminile, furono accolti come interventi radicali e controversi. Parimenti accadde vent’anni dopo a Annie Sprinkle (ex prostituta e attrice porno): con la performance Public Cervix Announcement (1989) invitò il pubblico ad osservare l’interno della sua vagina con uno speculum, traducendo in provocazione il perdurante imperativo di esposizione del sesso femminile proprio della pornografia tradizionale.

Per concentrarci sullo scenario porno-erotico critico europeo contemporaneo, è opportuno menzionare l’esperienza di Erika Lust, regista svedese operante a Barcellona, laureata in Scienze politiche all’Università di Lund, che da anni caldeggia un’attiva presa di posizione femminile entro un linguaggio e un mercato così floridi e appannaggio dell’universo maschile. Lust Cinema, la casa di produzione fondata dalla regista, dal 2007 realizza film che ambiscono a rimodulare gerarchie, consuetudini e tabù della pornografia di largo consumo anche attraverso la qualità estetica e narrativa delle produzioni.

I suoi clienti, dichiara, sono in maggioranza donne, ma anche uomini annoiati o infastiditi dalla pornografia tradizionale, con i quali ha ingaggiato un dialogo proficuo capace di sfociare in una produzione di cortometraggi, XConfessions, basati sulle confidenze e sulle fantasie dei suoi fan.

Un accento radicale sullo scardinamento dei modelli tradizionali di genere e orientamento sessuale è posto da Slavina, antropologa, attivista e performer di Le Ragazze del Porno, prima esperienza collettiva di cinema porno-erotico femminile che rivendica, anche per l’Italia, il desiderio e la necessità di praticare una rappresentazione indipendente, femminile e autoriale del sesso.

Slavina è protagonista e divulgatrice della post-pornografia, un tipo di produzione audiovisuale, teorizzata dall’artista olandese Wink van Kempen negli anni Ottanta, che non ha fine masturbatorio, pur contenendo elementi pornografici. La post-pornografia comprende il discorso critico e l’insieme di pratiche che propongono una rappresentazione dei generi e della sessualità capaci di incrinare l’immaginario sessista ed i suoi stereotipi.

Le Ragazze del Porno si rifà esplicitamente alle esperienze di Erika Lust e alla scena post-pornografica spagnola, celebrata e discussa nel 2003 al MACBa (il Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona) con Maratona Postporno, uno dei primi eventi di riflessione pubblica dedicati al tema a livello europeo, con la direzione del filosofo Paul B. Preciado (ai tempi noto come Beatriz Preciado). Un’altra esperienza di interesse, diffusa dalla rete televisiva francese Canal+, è la serie di cortometraggi X-Femmes (2008) realizzata da registe desiderose di veder valorizzato un approccio libero, polisensoriale e immaginativo alla sessualità.

Oggetto di un intenso dibattito politico per via del suo percorso produttivo è il progetto della regista svedese Mia Engberg, The Dirty Diaries (2009). La collezione di tredici corti porno girati da altrettante artiste e attiviste è stata infatti finanziata dallo Swedish Film Institute, che riceve la maggior parte dei suoi fondi dal governo svedese. The Dirty Diaries ha l’obiettivo di produrre pornografia non commerciale che segua ideali femministi e promuova immaginari queer.

Si è conclusa ad aprile la decima edizione dell’iniziativa canadese Good For Her – Feminist Porn Awards, che valorizza la produzione di film che vedono coinvolti nella progettazione donne o soggetti marginali per orientamento sessuale e identità di genere. I lavori, per essere accolti nella rassegna, devono esprimere rispetto per ogni performer e ambire ad espandere i confini delle rappresentazioni sessuali, promuovendo visioni non contemplate dalla pornografia di largo consumo.

Un film erotico o dai contenuti espliciti capace di presentare una relazione sessuale come una esperienza condivisa, protetta, consensuale che si sviluppa fra soggetti uguali e liberi da rigide aderenze a parametri di genere, può considerarsi in ultima analisi uno strumento, fra altri, di educazione al rispetto delle diversità.

Ogni intervento critico e creativo orientato a una profonda riarticolazione di paradigmi estetici, politici ed economici è esposto a emulazioni e a strumentalizzazioni da parte di soggetti economico/culturali capaci di cavalcare superficialmente la sfida trasformandola in una etichetta innocua. Erodere bordi di genere e stereotipi, per concorrere a ‘’de-naturarli’’, significa esporsi all’inintelligibilità, all’isolamento, nonché sfidare ordinamenti politici, ma anche linguistici e grammaticali estremamente refrattari (i confini stessi del genere porno e dei suoi sottogeneri o categorie, ad esempio).

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Irene Pittatore

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