Arts & Culture

Fuori Luogo

Spazio, generi e relazioni sensibili

Come tutti i soggetti dall’aspetto e dalle caratteristiche conformi ai canoni eterosessuali dominanti, ho poche occasioni per misurarmi con la durezza normativa dell’organizzazione eterosessuale degli spazi, siano essi pubblici o privati. Tuttavia l’esperienza, l’osservazione e qualche lettura mi hanno resa consapevole del fatto che gli spazi, il loro uso e i codici di comportamento ad essi connessi, al pari del linguaggio, assumono e riflettono le strutture di potere vigenti e concorrono alla loro riproduzione e normalizzazione.

L’acquisizione di questa consapevolezza è certamente più veloce per ragazzi e ragazze per i quali l’identificazione con i generi maschile e femminile risulti problematica o meno immediata. È considerato normale, ad esempio, che i soggetti di sesso maschile non possano utilizzare spogliatoi femminili, così come i soggetti di sesso femminile non debbano oltrepassare la soglia dei servizi igienici maschili e viceversa.

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Le persone con identità di genere meno marcata e più fluida fronteggiano una precoce percezione dell’esistenza di regole normative ufficiali e informali fortemente divergenti dalle proprie inclinazioni, sviluppando un senso di esclusione dal lusso della norma. Le conseguenze più visibili di questo disagio di non conformità, sin dai tempi della scuola, si manifestano con la refrattarietà a prendere parte ad attività sportive e annessi rituali da spogliatoio, così come con lo sviluppo di disturbi fisiologici causati dallo scarso o mancato utilizzo dei servizi igienici.

Lo spazio pubblico e quello privato, lungi dall’essere cornici neutre atte a ospitare relazioni, incontri e attività, si configurano come contesti capaci di condizionare comportamenti e azioni. Gli studi di genere, o gender studies, sviluppatisi in Nord America intorno gli anni Settanta, propongono un approccio multidisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere.

Questi studi, oltre ad aver coniato l’interessante definizione di gendered spaces (spazi connotati da norme di genere), hanno in particolare rilevato che gli spazi sono organizzati secondo criteri eteronormativi. L’eteronormatività è l’assunzione dell’eterosessualità a naturale espressione delle relazioni, capace di orientare tutte le altre e di informare ogni aspetto della vita, compreso l’uso dello spazio, regolando e determinando la cosiddetta normalità o difformità dei comportamenti.

Questa prescrittività, oltre ad emarginare i soggetti LGBTIQ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuali, queer), può generare disagio anche nelle persone eterosessuali che non presentano caratteristiche o adottano comportamenti riferibili rigidamente allo schema maschile/femminile vigente in un determinato contesto geografico e culturale.

Norme e consuetudini d’uso dello spazio possono apparire ai più trasparenti e naturali, fino a quando non accade di incorrere, per esperienza o per studio, in episodi rivelatori. Ad esempio, è noto che le donne, a differenza o comunque in misura maggiore degli uomini, imparano ad adottare comportamenti e abbigliamento conformi al rischio percepito nell’attraversare spazi pubblici (in particolare se isolati) nelle ore serali e notturne. Uscire per una passeggiata serale al parco o in zone poco frequentate della città, così come la permanenza in un locale notturno, è un’esperienza sicuramente differente per un uomo o per una donna soli.

Nonostante gli accorgimenti adottati, accade di frequente alle donne che si muovono da sole di subire molestie o tentativi di abbordaggio, talvolta violenti. Il concetto è facilmente estensibile a soggetti dall’identità di genere più fluida, frequentemente esposti a scherno, derisione, discriminazione.

Per restringere il campo ad ambienti chiusi, l’esperienza che di un mezzo pubblico o di un ascensore affollato ha una persona riconoscibile come transessuale non è paragonabile a quella che può avere degli stessi luoghi un soggetto dai tratti marcatamente eterosessuali, in particolare se uomo. Lo spazio pubblico, semi pubblico e privato, può dimostrarsi dunque escludente, se non apertamente refrattario o pericoloso, per le donne e per i soggetti non conformi alle aspettative eterosessuali di aspetto e comportamento.

La neutralità di queste norme è messa in discussione con forza da molti progetti artistici, in particolare a partire dalla fine degli anni Sessanta. In un celebre video di sei minuti del 1975, Semiotics of the kitchen, l’artista americana Martha Rosler mette in discussione la serenità dell’angelo del focolare nell’adempimento delle funzioni ad esso assegnate, così come la pacificata rappresentazione della cucina come ambiente accogliente e femminile. Nella forma di una tipica trasmissione televisiva, l’artista americana conduce in prima persona una sorta di assurda dimostrazione della funzionalità di obsoleti o ordinari utensili da cucina, mostrati e descritti in ordine alfabetico con distanza straniante ed evidente aggressività.

L’artista, dopo aver illustrato l’uso degli strumenti dalla A (apron, grembiule) alla T (tenderizer, inteneritore per la carne), usa il suo corpo, ridotto anch’esso a strumento, per dare forma alle restanti lettere U, V, W, X, Y e Z. L’opera è visibile al MACBA di Barcellona e ben documentata sul web. Negli stessi anni, sugli ambienti domestici e in particolare sulla cucina, lavora anche l’artista americana Laurie Simmons. Nei suoi Interiors assembla e quindi fotografa case di bambola acquistate in un negozio di giocattoli nell’Upstate New York, creando quadri che evocano scene di vita domestica anni Cinquanta capaci di trasmettere, con una leggera patina nostalgica, ”un ricordo dolce e terrificante” e insieme di insinuare dubbi sulla tranquillità dello spazio domestico ”femminile”.

Le opere dell’artista (rappresentata da Salon 94, New York), sono visibili in gallerie di New York e Tokyo, oltre che in numerosi approfondimenti a lei dedicati sul web. Per menzionare un lavoro dedicato a genere e spazio pubblico, ospitato fino allo scorso gennaio al Museo Pecci di Milano, possiamo fare riferimento a Three Weeks in May, riproposizione della performance realizzata dall’americana Suzanne Lacy nel 1977 in prossimità del municipio di Los Angeles, dove affisse una grande mappa della città su cui per tre settimane segnò con un timbro rosso la parola “rape” in ogni luogo dove la polizia denunciava uno stupro.

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Anna Scalfi Eghenter-Untitled 2005 -Green Woman on the Traffic Lights

Estremamente significativi gli interventi che l’artista italiana Anna Scalfi Eghenter ha dedicato allo spazio pubblico e alle sue segnaletiche, con l’obiettivo di alterare l’ordinario apparato iconografico dei segnali stradali, connotati esclusivamente dall’impiego di icone maschili.
In Untitled 2005 (Green Woman on the Traffic Lights), l’artista, con autorizzazione comunale, nel corso di un’azione durata otto ore, ha modificato i contorni della sagoma dei semafori pedonali da maschile a femminile agli incroci del centro storico della città di Rovereto.

In molti altri luoghi l’intervento è stato emulato modificando in maniera provvisoria alcuni segnali di lavori in corso e inviando una foto dell’intervento: W.W.W. (Wonderful Women Working), 2006. Similmente, in Women at Work, 2005, Anna Scalfi Eghenter ha collocato un segnale di lavori in corso con l’icona al femminile di fronte all’aula nella quale si stava svolgendo la consegna degli attestati finali per il Master in politiche di genere, presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Trento.

Numerosi film, come il noto Transamerica (2005) di Duncan Tucker (dalla locandina estremamente rilevante per la nostra prospettiva di analisi), ma anche progetti artistici e iniziative curate da dipartimenti universitari, amministrazioni locali e collettivi di attivisti stanno operando con differenti mezzi per la promozione di spazi e servizi accoglienti e non discriminanti, affinché nessuno debba sentirsi fuori luogo per caratteristiche e orientamenti divergenti rispetto alla “norma” eterosessuale.

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