Arts & Culture

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Sex work fra scelta, coercizione e tutela dei diritti umani. Una conversazione con Fulvio Rossi

Lo scorso agosto, a Dublino, i delegati di Amnesty International, riuniti per il 32° International Council Meeting, si sono espressi a favore dell’adozione di una politica che supporti la depenalizzazione del lavoro sessuale consensuale e promuova la tutela dei sex workers dallo sfruttamento, dalla tratta e dalla violenza. Amnesty International sostiene che la criminalizzazione della prostituzione incrementi la discriminazione dei lavoratori del sesso e conseguentemente la loro esposizione a persecuzioni e violenze, senza riuscire a incidere sulle disuguaglianze strutturali che ne sono alla base (la povertà, ad esempio).

Di posizione avversa il fronte abolizionista, composto anche da alcune organizzazioni femministe, che considera il lavoro sessuale, seppur praticato senza coercizione, conseguenza e causa della disuguaglianza di genere, forma dell’appropriazione maschile del corpo delle donne e dunque pratica da non sostenere e favorire per nessuna ragione.

La consapevolezza che entrambe le posizioni intercettino questioni fondamentali, fra diritti umani inalienabili e paradigmi culturali consolidati, è rinforzata da Fulvio Rossi, già Magistrato di Cassazione e Direttore scientifico dell’Osservatorio internazionale sulle vittime di violenza: «non si può dire in maniera manichea chi ha torto e chi ha ragione, perché quando le argomentazioni vengono da persone serie, le ragioni che le sorreggono sono parimenti serie. L’opzione abolizionista, che pur abolendo le case di tolleranza tollera la prostituzione a condizione che le prestazioni avvengano tra maggiorenni e senza sfruttamento, ritiene che la prostituzione sostenga la parità di genere, se svolta con la dignità del lavoro autonomo, consentendo alla donna di decidere quali prestazioni offrire.

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L’opzione proibizionista-criminalizzante, che si propone di vietare ogni forma di offerta di prestazioni sessuali, con previsione di sanzioni anche penali a carico degli utenti, vede per contro il fenomeno come una violazione dei diritti umani delle donne. Tanto premesso, l’unica cosa che si può fare è cercare di trovare risposte adeguate ai problemi reali che ciascuna di esse pone».

La nostra conversazione è accompagnata dalla visione di due film realizzati, in giovane età, da due registi torinesi: Nera, Not the promised land (2007, 22’) di Andrea Deaglio e Fières d’être Putes (2010, 31’), di Irene Dionisio. Nera porta alla luce con ostinazione e delicatezza un percorso di intimidazione, sfruttamento ed emancipazione attraverso la testimonianza di una giovane nigeriana vittima di tratta.

Fières d’être Putes dà voce ai sex worker dello Strass (il sindacato dei lavoratori del sesso fondato a Parigi nel 2009): gli intervistati sono donne e uomini di età diverse, dalle identità sfuggenti a ogni semplificazione o inquadramento. Il loro linguaggio è severo, consapevole e ironico e specchia anni di esperienza e di lotte sociali. Rossi considera: «l’arte, in ogni sua espressione, può migliorare il mondo ed educare a non creare sofferenza.

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Parimenti prezioso è il contributo dei mass media, che infrangono lo scudo di invisibilità che protegge il traffico e lo sfruttamento delle donne» Nella considerazione delle differenze, ma anche delle interdipendenze, fra libero esercizio di prestazioni sessuali e sfruttamento della prostituzione, quale può essere considerato il modello di gestione più efficace? «Nessun modello (neppure quello regolamentarista in atto in Austria, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi) può dirsi completamente efficace se non assicura l’effettività dei controlli sanitari e dell’evasione fiscale.

Bisogna intervenire su tre fronti, poiché tre sono le parti in causa: la donna che si prostituisce, lo sfruttatore, il cliente. Occorre aiutare le persone che vogliono smettere di prostituirsi con programmi di sostegno che agevolino il percorso di uscita dalla povertà e dall’emarginazione sociale, assicurare priorità nelle prospettive di lavoro alle donne che si prostituiscono per necessità di mantenere figli minorenni e assicurare tutela a coloro che denunciano lo sfruttamento, fino alla sua definitiva cessazione (potrebbe essere utile trarre spunti dalla figura del tutor, utilizzata nel Regno Unito per sostenere le vittime di violenza)».

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L’Italia è sostanzialmente ferma su una posizione abolizionista, sancita nel 1958 dalla legge Merlin, che ha comportato la chiusura delle case di tolleranza. Cosa può essere concretamente proposto per migliorare lo stato dei fatti? «È decisivo adottare strumenti di monitoraggio costante della prostituzione, per valutare se e in che misura la criminalizzazione della domanda dei servizi sessuali come nel modello nordico (Svezia, Islanda e Norvegia) abbia dato luogo al contenimento della prostituzione e della tratta.

La penalizzazione dell’acquisto di servizi da donne sfruttate non ha avuto grandi risultati in Finlandia. Una proposta potrebbe essere l’estensione dell’iniziativa Help Donna della Regione Piemonte, un servizio di tele-assistenza per le donne maggiorenni residenti in Piemonte.

Eliminando il limite di età e la necessità di avere una residenza e un codice fiscale per fruire del servizio, le istituzioni potrebbero avere un monitoraggio esteso del fenomeno, combattendo la criminalità ad armi pari (spesso gli sfruttatori sottraggono i documenti alla vittima e utilizzano il cellulare per tenerla sotto controllo).

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A prescindere dai modelli politici che gli Stati membri dell’Unione europea ritengano di adottare, sarebbero di indubbia utilità: – l’introduzione di sanzioni penali e risarcitorie per chi acquista prestazioni erotiche da minori, anche attraverso la manipolazione psicologica (grooming); – l’estensione della tutela penale contro i maltrattamenti alle donne sfruttate che praticano la prostituzione, siano o meno conviventi ed abbiano o meno avuto un rapporto sentimentale con lo sfruttatore.

La tutela è oggi riservata solo a chi abbia (avuto) col maltrattante un rapporto sentimentale (ma molti sfruttatori non instaurano rapporti di coppia con le loro vittime, perché lo ritengono lesivo per la loro immagine); – il controllo anche fiscale sui social network che reclutano con false prospettive di lavoro le prostitute attraverso le reti poi utilizzate per la pubblicità dei servizi sessuali (nessun prelievo fiscale potrà mai essere più oneroso del prelievo forzato criminale, che arriva all’80-90% degli incassi delle prostituite coatte); – il controllo dei cellulari utilizzati allo scopo dalle prostitute e di quelli degli sfruttatori che esercitano a loro volta un vero e proprio spionaggio a fini di illecita appropriazione dei loro compensi professionali.

Questi strumenti consentono anche di localizzare in tempo reale sfruttatori e vittime; – l’obbligo di sottoporsi a visite mediche – a loro carico – per i clienti delle prostitute, anche per salvaguardare il diritto alla salute sessuale delle loro mogli o compagne (controllo oggi efficacemente svolto per chi guida sotto l’effetto di alcool o stupefacenti); – l’adeguata formazione delle forze dell’ordine e dei servizi sociali perché sia favorita l’autostima delle donne vittime di reti di trafficanti; – fare prevenzione nelle aree di turismo sessuale e in quelle di conflitto armato, in cui le tratte delle donne vittime di violenze sessuali assumono livelli allarmanti». Dal 2014 i Paesi dell’UE includono le attività illegali nel calcolo del PIL.

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Secondo l’Istat, nel 2011 la prostituzione ha generato in Italia un fatturato di 3,5 miliardi di euro. Un modo per aggredire lo sfruttamento della prostituzione può essere quello di renderlo poco vantaggioso? «Sicuramente. La soluzione migliore al riguardo è rappresentata dalla previsione di sanzioni, in primo luogo economiche, per le organizzazioni criminali dedite al reclutamento, all’induzione e allo sfruttamento della prostituzione coattiva (ad esempio la confisca dei beni, in qualunque Paese siano acquistati, che richiede cooperazione internazionale fra i Paesi interessati, nel rispetto della Convenzione di Istanbul).

Bisogna incidere sul fenomeno con sanzioni economiche immediate a carico dei criminali, da applicare già in primo grado nel corso dei processi penali. La linfa vitale dello sfruttamento è economica: bisogna rendere antieconomico il business criminale.

Ogni altro metodo è illusorio e inutile (i criminali mettono nel calcolo del rischio d’impresa il costo degli avvocati in caso di incriminazione e si limitano a farlo ricadere sul prezzo che fanno pagare ai clienti delle prostitute)». A Torino si sta organizzando il prossimo convegno dell’Osservatorio internazionale sulle vittime di violenza.

Di cosa tratterà? «Di diritti della persona nel terzo millennio, di donne e uomini a confronto nelle leggi e nel costume. Si parlerà di donne migranti (tratta, maternità, matrimoni misti) e di donne occidentali (valori, violenza, denuncia, provvedimenti giudiziari sui figli e contributi dei servizi sociali di assistenza)».

Fulvio Rossi, ex magistrato di Cassazione, ha operato nei settori del diritto di famiglia, del lavoro, della criminalità organizzata. È direttore scientifico dell’I.O.V.V. Considerando le aule di giustizia equiparabili ad ospedali in cui si cura la patologia dei rapporti umani, ha tratto dalla cultura medica i valori del principio della prevenzione: dal 2008, in qualità di maestro di Ju Jitsu e Metodo globale autodifesa della FILKAM, ha ideato e promosso, grazie al Comune di Torino, corsi gratuiti di legittima difesa delle donne, di democrazia di genere ed educazione relazionale.

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Irene Pittatore

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