Arts & Culture

Arnaldo Pomodoro

L'invisibile svelato

Arnaldo Pomodoro è tra i più grandi maestri della scultura contemporanea italiana, le sue opere riconoscibili a livello mondiale ci mostrano attraverso i segni e i solchi tutta la sapienza e la pazienza del meticoloso lavoro del Maestro. Segni arcaici, antichi, che si susseguono come in un alfabeto primitivo, lasciano intravedere una sorta di messaggio indecifrabile, primordiale.

A scuola si insegna che la storia inizia nel momento in cui l’uomo inventa la scrittura come mezzo di trasmissione della cultura, secondo lo studioso francese della preistoria André Leroi-Gourhan, quest’ultima nasce nell’esatto momento in cui l’uomo da quadrupede diventa bipede liberando la mano grazie alla stazione eretta, così che costruendo oggetti e utensili che lavorano al di fuori del proprio corpo, essi possono essere affidati alle generazioni future trasmettendone e conservandone la memoria.

Arnaldo Pomodoro nelle sue opere sembra riuscire a trasmettere i due concetti in un’unica forma: il segno come trasmissione del pensiero e l’opera stessa come oggetto tramandabile. Le sue sculture sono ridotte all’essenzialità dei solidi euclidei: sfere, cubi, cilindri e coni nella loro forma più pulita ed essenziale sono aperti da squarci e tagli, rompendo le superfici e mostrando al loro interno ingranaggi ed esplosioni geometriche in una scultura che non vive solo al suo esterno ma anche al suo interno.

Come in un’epifania le sue opere si manifestano mostrando ciò che è nascosto in una composizione astratta e misteriosa. Non “scultura involontaria” come ne dava definizione il surrealismo, quella fatta quando si manipola qualcosa senza pensarci, ma segni ragionati la cui logica muove la mano dell’artista nella direzione pensata. La scultura è sporca, la scultura è ingombrante, la scultura è polvere e terra che si sparge nello studio, è fuoco e metallo che fonde.

Le dita toccano, affondano e scavano, le mani direzionano gli strumenti sulla materia, la plasmano, la modificano vivendo a pieno della sua creazione. A differenza della pittura, è un atto d’amore completo.

5-01-Labirinto-.-foto-Tettamanzi-681x1024 Arnaldo Pomodoro
Ingresso nel labirinto, La stanza di Cagliostro, 1995 2011 environment in bronzo, rame, fiberglass colorato e patinato 170 mq circa con altezza massima di 3,80 m Milano, Edificio ex Riva Calzoni di via Solari © Dario Tettamanzi Visite guidate su appuntamento: www.fondazionearnaldopomodoro.it

Studia da geometra e diventa uno degli scultori contemporanei più famosi al mondo, i suoi studi hanno forse influenzato questa rigorosità ed essenza pulita delle sue opere?

Da ragazzo pensavo di fare l’architetto. Poi, lavorando come geometra al Genio Civile di Pesaro, dove si progettava la ricostruzione degli edifici pubblici distrutti dai bombardamenti, ho scoperto che i miei interessi si erano spostati altrove. Ma quella è stata un’esperienza positiva che mi ha fatto conoscere la realtà italiana di quegli anni ed è stata importante per la mia maturazione e per lo sviluppo del mio percorso di artista.

Com’era milano quando arrivò in questa città, quanto l’arte e gli artisti erano parte attiva della società?

Sono arrivato a Milano dalle Marche con mio fratello Gio’ nel 1954 nel pieno della ripresa e della ricostruzione, dopo le devastazioni della guerra. La città, allora, era piena di energia, con una forte impronta internazionale, era davvero all’avanguardia, nel teatro, nell’arte, nella musica… Ho iniziato subito a frequentare gli artisti e gli intellettuali che si ritrovavano al bar Giamaica. Fondamentale l’incontro con Fernanda Pivano e Ettore Sottsass e, attraverso di loro, con la cultura americana.

È ancora così? Dal suo punto di vista milano ha ancora voglia di arte?

Purtroppo è molto cambiata, è venuto meno quel clima straordinario di incontri, scambi, collaborazioni nazionali e internazionali. Ma oggi molti parlano di un nuovo rinascimento di Milano e mi sembra che i primi segnali positivi già si vedano e che stia riemergendo la vitalità e l’entusiasmo per la cultura e per le arti.

Quali sono stati i suoi mentori? Ricorda qualcuno con particolare affetto o ammirazione?

Primi fra tutti Brancusi e Klee, dal quale ho forse tratto il “segno” stilistico per cui tutti mi riconoscono, ma anche Medardo Rosso, Boccioni, Dubuffet… Fondamentale è stato poi il rapporto con Lucio Fontana, che per tanti artisti più giovani è stato maestro nel comprendere le capacità e i percorsi di ricerca individuali attraverso il suo formidabile senso del nuovo. Per me è stato come un padre che mi ha sempre stimolato e incoraggiato.

La scultura a differenza della pittura ha un mercato molto più di nicchia, occupa un determinato spazio, ha un suo peso, a volte può diventare ingombrante nel trasporto. Possiamo considerare questo aspetto come un deterrente nel mercato dell’arte?

La scultura si realizza in più momenti, a differenza della pittura che può venire da una gestualità immediata: richiede quindi fatica e costante impegno fisico. Anche dal punto di vista pratico ed economico è più difficile da gestire e da far comprendere.

C’è mai stato qualcuno che le ha detto: Lascia perdere, fai altro…?

Molti, soprattutto all’inizio della mia carriera, ma non li ho ascoltati.

Ho sempre trovato affascinante la storia di pigmalione che innamoratosi di una statua da lui stesso scolpita, ottenne da afrodite la possibilità di vederla trasformata in donna vivente. Come si è innamorato della scultura e questo amore è sempre stato felice o ci sono stati momenti di crisi?

L’artista cerca se stesso nel profondo: è pressato dalle emozioni e dai sentimenti, nel suo intento di uscire dall’angoscia e sentirsi liberato mentre compie la propria opera. E questo è sempre un percorso difficile, costellato di luci e ombre.

Quanto è stato importante suo fratello giò pomodoro nel suo percorso stilistico?

Il mio cammino artistico è iniziato con Gio’: per anni abbiamo lavorato insieme e condiviso lo studio in un vero e proprio sodalizio creativo. Poi le nostre strade si sono separate e ognuno ha intrapreso un proprio percorso personale.

Come nasce un’opera di Arnaldo Pomodoro?In che modo si sviluppa l’idea e in che modo la si realizza?

L’idea mi viene a volte dai ricordi e dalle suggestioni raccolte nei miei viaggi, in Egitto, nello Yemen, in Turchia… Quando ho visitato il museo di Ankara per la prima volta, confesso che avrei sottratto volentieri qualche tavoletta, affascinato da quelle scritture illeggibili. Il lavoro di ideazione e realizzazione di un’opera è per me un processo complesso, determinato da fattori sia emozionali che razionali, che si svolge ogni volta in modo differente.
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Colpo d’ala: omaggio a Boccioni, 1981-1984 bronzo, 380 x 400 x 550 cm circa Los Angeles, CA, Department of Water and Power General Office Bldg.
© Carlo Orsi

Le sue opere sembrano vivere di una vita propria che pulsa attraverso tutti i segmenti che si sviluppano al loro interno. Perché proprio il metallo e non il legno materiale sicuramente più “vivo” che si altera e si adatta in base all’ambiente? C’è una scelta di resa finale o è puramente gusto personale?

Tutti i metalli mi affascinano: ne ho utilizzati diversi fin dall’inizio della mia attività (piombo, stagno, ferro, rame, argento…). Ma è il bronzo – che preferisco lucido e non patinato – il materiale più congeniale al mio linguaggio artistico, quello che meglio esprime i contrasti tipici delle mie sculture con squarci e rotture interne. E il mio modo di lavorare, che riprende il metodo classico della fusione a cera persa, impiega quella particolare cura nell’esecuzione, propria della capacità inventiva e lavorativa dell’artigiano.

Lucio fontana ha attraversato la tela andando oltre la bidimensionalità e lo spazio racchiuso del quadro, il suo lavoro invece, dentro questi spazi ben definiti della forma si intravedono squarci che mostrano la complessità della composizione interna. Lo sì può definire un percorso a ritroso il suo, mostrare ciò che è celato?

Quando nei primi anni Sessanta, per approfondire il problema dello spazio e mettermi a confronto con esso, ho iniziato a lavorare sui solidi della geometria euclidea – cubi, sfere e poi cilindri e piramidi – operando corrosioni e squarci, l’intento era di rompere la forma per metterne in evidenza l’interno misterioso e complesso. Volevo mettere in dubbio il senso di perfezione e il significato simbolico collegati alle forme geometriche elementari.

Piccoli segni cuneiformi a ricordare la scrittura assiro-babilonese, le sue opere sembrano raccontare una storia come le stele e i menhir, si legge una sorta di primiprimitivismo in questi segni dalla scrittura nascosta. Sono incisioni metafisiche studiate da una logica strutturale oppure l’impeto creativo muove la sua mano?

Mi hanno sempre affascinato tutti i segni dell’uomo, soprattutto quelli arcaici, dai graffiti dei primordi alle tavolette mesopotamiche, quelli fatti per tramandare memorie e racconti. Incido la materia artistica con una fitta serie di segni, un tracciato di punti, nodi e fili in una sequenza sempre pensata e realizzata con estrema cura, come un’antica scrittura, illeggibile e fantastica.

Kandisky scrisse Punto, linea, superficie cercando di individuare la natura e la proprietà fondamentali della forma. Anche il suo lavoro può essere definito come una ricerca?

Da giovane ho capito che la mia strada era la scultura, perché ero attratto dalla materia, che avevo bisogno di toccare e trasformare e vedevo il colore nelle tonalità del metallo, piombo, rame, bronzo, ferro… oppure nelle varie sfumature cromatiche – dall’ocra al ruggine, sino al marrone e al nero – che il bronzo esposto agli agenti atmosferici assume nel tempo per ossidazione. Da allora il mio lavoro è sempre stato ricerca e sperimentazione.

L’arte è uno scambio tra spettatore e opera. Che sia un quadro, una scultura, una fotografia c’è quasi sempre un’interazione tra chi guarda e chi viene guardato. Un dare e avere e viceversa, l’arte è comunicazione, o non è più così? Cosa manca oggi nel rapporto di chi si relaziona con l’arte contemporanea?

Oggi c’è molta dispersione e incertezza. Anzitutto l’informazione nei giornali e in televisione orienta il pubblico verso le manifestazioni più spettacolari; si parla già da anni del vizio o dell’effetto di “spettacolarizzazione” che disperde la vera qualità inventiva nel nostro mondo: “grandi mostre” solo nel titolo, operazioni commerciali più o meno deteriori, vuote ricorrenze storiche…
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Grande disco, 1972 bronzo, Ø 450 cm Milano, Piazza Meda © Francesco Radino

Manca un’educazione all’arte che essa sia antica, moderna o contemporanea? Non solo di tipo accademico, ma anche per chi fruisce dell’arte nella quotidianità?

Sì, è una mancanza molto grave, soprattutto in un Paese come il nostro, tanto ricco di opere d’arte antica, moderna e contemporanea. E credo che nella formazione di una sensibilità artistica un ruolo fondamentale lo svolga propria la scuola, dalla Primaria fino all’Accademia: si dovrebbe sviluppare un rapporto con il territorio e con tutto l’ambiente artistico, in modo che l’azione della scuola rappresenti un valore culturale e un momento di partecipazione collettiva per le iniziative legate all’arte. La mia fondazione, ad esempio, organizza un’attività didattica con lo scopo di introdurre bambini e ragazzi alla conoscenza dell’arte contemporanea attraverso visite guidate e laboratori sui temi, le tecniche e gli stimoli proposti dalle diverse mostre, in modo da suscitare un approccio attivo e critico di fronte all’opera d’arte.

I musei svolgono sicuramente una funzione divulgativa dell’arte, anche se spesso decontestualizzano le opere esposte. Quadri che nascono per ambienti privati, con una determinata luce o esposizione non hanno nulla a che vedere con la parete bianca e la luce asettica della sala dove sono esposti. Liberarla da questo rigore, fuori dai limiti delle collezioni museali o gallerie la renderebbe più accessibile alla gente e patrimonio di tutti?

Bisogna dire anzitutto che oggi i musei non sono più luoghi polverosi e abbandonati: anche in Italia sono diventati, in gran parte, organismi vitali e dinamici che presentano a rotazione le proprie collezioni, organizzano mostre temporanee e offrono al visitatore una molteplicità di iniziative e servizi diversi. Ma per le opere di scultura, in particolare, la collocazione ideale è all’aperto, tra la gente, le case, le vie di tutti i giorni. La scultura diventa così il modo di mutare il senso di una piazza, di un ambiente e, nell’incontro con gente diversa, si fa patrimonio di tutti.

Cos’è per lei lo stile?

Quel sottile filo che collega le opere di un artista e che, al di là dei diversi mezzi espressivi utilizzati, permane costante e sempre nuovo nel procedere tortuoso della sua ricerca.

 

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