Arts & Culture

Gian Paolo Barbieri

Cantastorie di bellezza

Milanese di nascita, è tra i grandi fotografi che hanno contribuito a definire la moda nel periodo in cui la creatività italiana ha conosciuto il massimo splendore. Quando gli stilisti come Armani, Ferrè e Versace creano i loro imperi sul prêt-à-porter, Barbieri eleva la fotografia di moda a protagonista della scena, sdoganando un uso creativo nella costruzione dell’immagine.

Gian Paolo Barbieri riesce a orchestrare la scena come un regista, immortalandola nello scatto fotografico. Immagini di dive del passato e del presente, la moda diventa “La Dolce Vita” di Fellini, i suoi lavori sapientemente studiati e scenografici impegnano ogni dettaglio alla ricerca dello scatto perfetto.

Capelli, look e ambientazioni come set, racchiudere tutta la storia di un film senza girarlo: un bacio d’addio, una lezione d’amore, un viaggio lontano. Surreale come nei film di Jodorowsky, Gian Paolo è grande conoscitore dell’arte, che usa voracemente come fonte di ispirazione o con la quale omaggia artisti quali Matisse o Géricault.

La moda si fa arte attraverso il suo occhio e cronista di mondi lontani. Cantastorie di paradisi tropicali ci mostra tutta la bellezza del creato e dell’uomo, dei corpi, degli animali e della natura che lo abitano. Puoi conoscere il mondo intero senza dover per forza partire, a volte basta solo sfogliare un suo libro.

Un artista a tutto tondo che usa la macchina fotografica per trasportare l’idea che ha nella mente esattamente come un pittore o uno scultore fa coi propri strumenti di lavoro

gianpaolo-barbieri_01-1-1-1024x824 Gian Paolo Barbieri
Simonetta Gianfelici per Valentino Roma 1983

La foto è di per sé il fermo immagine di un attimo, riuscire a fermare il flusso del tempo dando una prova tangibile dell’esistenza di qualcosa. Cos’è per lei la foto?

La fotografia serve a un nobile scopo perché è un insieme di presenza e indica anche una assenza.

Come ha iniziato la professione di fotografo?

Ero a lavorare da mio padre e studiavo di sera, ero molto impegnato, ma ero rimasto in contatto con i miei amici di scuola. Ci si vedeva sabato pomeriggio per organizzare sedute tratte da opere teatrali o da libri o da film e in queste occasioni ci immortalavamo facendo foto. È stato lì che ho comprato la mia prima macchina e da allora ho cominciato a fotografare. Eravamo molto curiosi, cercavamo di rifare quello che vedevamo al teatro o al cinema o da una trama di un libro i miei amici si prestavano a fare dei personaggi mentre io li fotografavo. Con grande fatica, perché cercavo di ottenere gli stessi risultati usando una semplice lampadina, avendo come modello le cartoline di foto dei vari attori di Hollywood.

Com’era la moda quando ha iniziato a scattare?

Erano gli anni Settanta e la moda qui in Italia era al massimo del suo splendore. Gli stilisti come Armani, Ferré, Versace avevano deciso di creare il prêt-à-porter italiano, così fecero e la moda italiana conquistò il mondo con l’Italian style. Si lavorava tutti con una grande passione senza guardare a un risultato economico. Le modelle, anche le top, facevano i test gratis, c’era molta armonia, molta creatività. Purtroppo oggi è diventato un business e si guarda troppo a un risultato economico, gli stilisti sono diventati imprenditori.

Chi sono stati per lei i fotografi fonte di ispirazione?

Lentamente ho imparato molto quando, seppur per pochi giorni, ho fatto l’assistente a Parigi per Tom Kublin. Poi il mio nord e il mio sud sono stati l’opera di Avedon.

Le sue foto hanno un sapore cinematografico, da set. Come è nato questo tipo di scelta stilistica?

Il cinema è sempre stato una grande passione. Da piccolo quando entravo nella sala buia e guardavo sullo schermo bianco muoversi le figure, per me era uno spettacolo di un fascino incredibile. Forse l’idea di utilizzare la scenografia come un set cinematografico è nata proprio così.

Come nasce una sua fotografia? Che tipo di ricerche affronta per realizzarla?

Quando mi viene commissionato un lavoro ho sempre timore di non farcela e quindi inizio a pensare quale sarebbe il modo migliore per fotografare quel corpo, o fare quella campagna. Nascono molte idee e vado alla ricerca di fonti artistiche che mi hanno sedotto. Può essere una poesia, un paesaggio, un fiore, un quadro, un racconto, un film…

Quali sono stati gli stilisti con cui è riuscito a lavorare meglio?

Devo dire che ho lavorato molto bene con tutti quelli con cui ho collaborato. Ferré, YSL, Valentino, Versace, Dolce&Gabbana, sono stati tutti molto collaborativi e lavorare con loro devo dire è stato molto facile, non ho mai avuto difficoltà.

Ci sono mai state difficoltà nel conciliare il gusto del cliente e il suo nella resa finale dello scatto fotografico?

Non ho mai avuto nessun tipo di difficoltà, ho sempre avuto un ottimo rapporto professionale con i miei clienti.
gian-paolo-barbieri-02-1 Gian Paolo Barbieri
Mary Johnasson, La Dolce Vita 1972

Quando capisce che quello è lo scatto giusto?

Non scatto molte immagini, quando vedo che tutto quadra inizio normalmente e lo scatto giusto arriva velocemente. Penso che è negativo insistere perché sarebbe nullo.

È sempre riuscito a trasportare sulla fotografia l’idea che aveva nella mente?

Certamente.

Cosa c’è di diverso oggi nella fotografia di moda rispetto quando ha iniziato?

Anche la fotografia di moda è stata influenzata dall’avvento del digitale. Prima si lavorava con molta più attenzione anche perché non esisteva Photoshop. Non ci si poteva permettere delle luci sbagliate, perché altrimenti non ottenevi dei buoni risultati rischiando di perdere tempo prezioso. Prima traspariva l’importanza dello stile di un fotografo, oggi c’è molta confusione e pochissimi fotografi emergono. Prima non c’era l’organizzazione che c’è oggi per uno shooting fotografico, facevo io tutto con le mie mani e avevo quindi tutta la libertà di muovermi. Non c’erano le redattrici che ti dicevano cosa dovevi fare o pronte ad aiutarti, quelle brave erano rare.

Dopo la lunga carriera nella moda, si è dedicato a una fotografia di ricerca artistica personale. Quando è nata questa esigenza?

Quando la fotografia di moda qui in Italia è andata in crisi, ho sentito l’esigenza di esprimermi in altro modo. È nata così la mia ricerca etnica, che mi ha portato ad avere molte soddisfazioni anche in campo estero. Ho sempre trovato nuovo alimento nelle arti primitive.

Famosi sono i suoi scatti sul tatuaggio thaitiano, cosa le ha fatto preferire quello stile rispetto ad altri come l’old school che è culturalmente più occidentale?

Ho capito che fotografando certe etnie scopri realtà nascoste e conservi un passato che sta scomparendo.

Questa ricerca del bello ideale attraverso il nudo su che concetti si basa?

Ho elevato la bellezza a legge come fecero gli antichi Greci. I corpi in libertà invitano ad abbandonarsi alla felicità e sono contro i moralisti che avvelenano la vita. Il bello giace nel corpo e si accompagna alla fanciullezza dimenticata. Non mi interessa ciò che insegna l’autorità morale ideologica o religiosa. Ho dato libero corso a tutte le eresie amorose, dissociandole dal male e dal proibito. Fotografare è guardare in faccia la vita, fare della propria esistenza un’opera d’arte.
gian-paolo-barbieri-03 Gian Paolo Barbieri
Thaiti 1989

L’erotismo è esplorato da lei in molti dei suoi lavori artistici, la bellezza è sempre collegata all’eros come sosteneva Platone?

Il nudo si afferma nell’VIII secolo avanti Cristo con le sculture greche, Prassitele e Lisippo saranno i primi a infondere ai loro nudi una carica di sensualità. Vedi il Fauno Barberini o il torso del Belvedere. Il mito della bellezza del nudo ha avuto successo anche in epoca recente. Lo testimoniano opere di famosi fotografi.

Il nudo è sempre stato considerato come tabù, qual è il suo rapporto col nudo maschile e femminile?

Non ho mai avuto tabù, ed è per questo che il mio rapporto con il nudo in generale è stato sempre naturale e inneggia alla bellezza.

Nel medioevo i calvinisti affermarono che il colore nelle arti e nelle decorazioni era qualcosa di artificioso e distraeva dal concetto di preghiera. Diedero il via, così, alle grisaglie, opere in bianco e nero con un’infinita gamma di grigi. Può essere così anche per la fotografia? A volte i colori possono disturbare l’immagine? Quale criterio fa prediligere un bianco e nero rispetto al colore?

La fotografia in bianco e nero si avvicina di più alla realtà della foto a colori, perché la realtà medesima è in bianco e nero. Il mondo che ci circonda è esso stesso incolore, sono i pittori a dargli i colori. Perché parlare di fotografia in bianco e nero quando non lo è mai? La fotografia consiste in una gamma di grigi dal più chiaro al più scuro.

Cos’è per lei il concetto di stile?

Lo stile è un’espressione artistica di un’epoca, può averlo un autore, una scuola, un modo di comportarsi, di agire, di vestirsi…

 

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Andrew Coleman

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