Arts & Culture

Dino Valls

Il dottore dell'arte

Entrare nel mondo dipinto di Dino Valls significa immergersi in un universo dove l’inconscio predomina. Egli non dipinge immagini ma stati d’animo, attraverso gli sguardi dei soggetti ci mostra un’interiorità complessa, agitata, abitata da quiete e follia, santità e dannazione, malattia e cura.

Nato a Saragozza nel 1959, inizia a dipingere intorno al 1975 da autodidatta, ma sono sicuramente i suoi studi ad essere atipici laurendosi nel 1982 in medicina e chirurgia. Gli sguardi dei “suoi pazienti” si trovano a metà strada come bloccati, rivolgono lo sguardo a una dimensione indecifrabile e a una realtà che non è né loro né nostra, prigionieri della loro psiche in un limbo in cui si confronta l’io conscio e quello inconscio.

Questo è quello che ci turba di più quando ci soffermiamo davanti a un suo quadro: come esseri pensanti con cognizione di sé, siamo abituati a separare e incasellare in schemi precostituiti tutto ciò che ci circonda e che la società impone ma, se guardiamo i volti di Valls, ne rimaniamo disorientati in quanto non riusciamo a definirli.

Come specchi rivolti verso noi stessi, ci specchiamo nelle stesse paure che ci attanagliano, in una partecipazione tra chi guarda e ciò che viene guardato si instaura una partecipazione attiva tra l’opera e spettatore. Secondo Jung l’inconscio è reale poiché agisce ed esso si manifesta sotto forma di immagini.

Questa teoria junghiana è rilevante per capire l’opera di Valls, pensando alla psiche come a un luogo disordinato ma in grado di creare immagini, l’artista riesce con la sua arte a riordinare le figure dell’inconscio trasportandole sulla tela con un atto cosciente e consapevole attraverso un connubio tra bene e male, santità e dannazione.

Su atmosfere antiche, le figure sembrano essere atemporali nel loro sguardo, piene di elementi di sessualità, religione, malattia e analisi patologica. Un insieme di simboli che contengono sia l’irrazionale che il razionale. A noi non resta che accettare la dura verità: quei volti nascondono le nostre stesse paure, e ce le presentano in fronte, senza anestesia.

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LECTIO, 2006, Oil I wood, 25 x 25 cm.

Ricorda quando ha capito che voleva essere un artista?

Durante l’infanzia mi piaceva molto disegnare, introducevo i colori piano piano; poi a 15 anni ho cominciato con la pittura ad olio. Durante i primi anni di apprendimento della tecnica dipingevo temi naturalistici e tradizionali, poi dal 1979 ho lasciato la rappresentazione della realtà per creare un mondo irreale molto particolare e personale.

Non usa mai soggetti reali; perché questa scelta? I soggetti vengono creati nel momento esatto in cui si cercano, dentro di noi o attraverso altri canali esterni come una foto, una lettura, un pensiero. Qual è la fonte d’ispirazione da cui attinge?

La mia pittura è figurativa ma non è composta da tematiche che si trovano esteriormente. Da quei primi quadri da cui ho iniziato quel mondo personale, tutta la mia pittura si è centrata nell’essere umano e la sua dimensione psichica. Per la sua rappresentazione ho voluto che non dipendesse da modelli reali a mia disposizione e in questo modo ho avuto più libertà creativa e allo stesso tempo ho focalizzato l’origine del tema e la composizione del quadro nel mio interiore e non nell’ambiente esteriore. Nella mia esperienza quotidiana, ci sono volte in cui un’immagine, una casuale combinazione di oggetti, fanno risuonare nel mio inconscio un elemento che ho percepito caricato di una energia psichica più intensa. Trattengo, memorizzo e annoto quell’idea di partenza per poi svilupparla dall’isolamento e col lavoro di ricerca psichica.

I suoi quadri riflettono tutta la meticolosità del suo lavoro, che tipo di tecnica usa?

Il processo di ogni opera parte dallo schizzo originario e poi si va sviluppando in un lungo lavoro di elaborazione del tema attraverso diversi schizzi che costruiscono la composizione, mentre appaiono nuovi elementi che entrano in intensa relazione col concetto iniziale, fino ad arrivare a un disegno definitivo che sarà quello da dipingere. Realizzo una pittura molto lenta ed elaborata, piena di minuziosi dettagli che cercano un’intensa verosomiglianza nelle texture rappresentate. A livello di tecnica io sono solito dipingere l’olio su tavola, che applico mediante una procedura di numerosi livelli successivi molto fini. I primi livelli più indefiniti e pallidi acquisiscono cromatismo, profondità tonale e ombre attraverso successive velature e dettagli. Questa struttura è un adattamento personale ereditato dai procedimenti utilizzati dai Maestri italiani e fiamminghi del Rinascimento che combina tempera e olio.

Quanto hanno influito gli studi di medicina e che importanza hanno nella sua produzione artistica?

Credo che siano stati molto influenti, principalmente per focalizzare la pittura nell’essere umano, non solo nella sua dimensione fisica e anatomica, ma soprattutto nella comprensione dell’essere umano come un ente totale che integra corpo e psiche, costretto all’interazione e al continuo dibattito con il mondo fisico e metafisico.

Penso alla colonna rotta di Frida Kahlo, i surrealisti la annoverarono nel loro gruppo ma essa non ci volle stare in quanto non si sentiva surrealista. La sua pittura era vera e rappresentava il suo dolore reale. Osservando i suoi lavori si potrebbero definire surrealisti o anche per lei non è così?

Non mi considero surrealista. In ogni caso la mia rappresentazione non è un dolore fisico ma metafisico.

Le operazioni a cui sono sottoposti i suoi protagonisti parlano di scienza ma hanno l’ambiguità dell’esoterismo, dell’alchimia e della religione. Il corpo si intreccia alla psiche, la malattia alla cura. Come definirebbe il contenuto manifesto e quello latente?

Precisamente è il conflitto tra la dimensione fisica e psichica che si manifesta nella mia pittura, in cui appaiono referenti e sistemi simbolici che nella lunga storia dell’umanità si sono creati cercando di integrare quella dualità.
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LIMBUS, 2009, Oil Iwood, 63 x 60 cm.

L’inconscio si esprime attraverso i simboli. I simboli per essere capiti vanno compresi e interpretati. L’inconscio è sia enigma da codificare che ispirazione a cui attingere. Quanto è importante la spontaneità dell’inconscio o quest’ultimo deve essere comunque indirizzato dal raziocinio?

Nel processo di composizione dei temi dei quadri, richiamo contenuti dall’inconscio che rielaboro attraverso l’intelletto cosciente e il confronto con elementi della memoria, personale e collettiva, che percepisco come una catessi speciale in relazione con il tema. Mediante questo processo di “ossessione” riguardo al tema che elaboro, mi sensibilizzo per percepire connessioni e affioramenti casuali che apportano successivamente nuovi elementi per la composizione. Non sono interessato a decifrare simboli ma poterne percepire e visualizzare gli elementi che emergono con la potenza di un simbolo, certamente con l’ambiguità e la molteplicità semantica che li caratterizza.

La religione e la scienza cercano di rispondere alle domande dell’esistenza, chi in chiave spirituale, chi materiale. Le sue opere uniscono i due concetti teorico-fisico. L’arte può essere portale tra materia e spirito?

L’arte, come tutti i processi di elaborazione simbolica di contenuti psichici profondi, si sviluppa in un interregno che comprende i limiti tra il mondo fisico e spirituale.

In Spagna, famose sono le processioni della settimana santa in cui l’enfatizzazione del dolore è rappresentata in maniera straziante. La sua pittura invece, attraverso i volti impassibili dei protagonisti ci suggerisce che quel dolore fisico sia stato portato da un dolore interiore di una ferita profonda e nascosta. Quanto le tradizioni religiose del suo paese influiscono nel suo lavoro?

Come ho detto prima, è un dolore metafisico quello che rappresento, la eterna dualità in conflitto, il dubbio esistenziale. I miei personaggi non sono protagonisti di un’azione ma di una passione. Evidentemente l’iconografia religiosa spagnola è un forte riferimento per me nella costruzione degli scenari visivi in cui abitano i miei personaggi. Forse anche il sentimento tragico della vita è un’eredità ricevuta da quello che mi circonda.

Nei suoi quadri ricorrono spesso il rosso e il blu, c’è un motivo particolare che la lega ad essi?

Oltre ai suoi contenuti simbolici, tanto coscienti quanto inconscisono due colori che hanno un cromatismo affascinante e mi piace elaborare in velature.
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TRIVIUM, 1999, Oil / canvas, 100 x 130 cm.

Le sue opere ci ricordano la precarietà del corpo non attraverso la morte ma attraverso la malattia, ed è forse questo che turba di più: La sofferenza interiore e celata. Soffermarsi davanti ai suoi dipinti ci pone domande che forse non vogliamo sentire. Lo spettatore deve salire sul palco e interagire con uno spettacolo che gli appartiene. Lei come si relaziona alla sua opera?

Lo spettatore deve confrontarsi con la mia pittura non cercando di decifrare contenuti codificati dalla ragione, ma come con un test proiettivo, come se fosse uno specchio dell’inconscio collettivo in cui sipercepisce un contenuto profondo che ci arriva incluso dal nostro paleocervello.

Il medico lotta contro dio e contro la malattia come in una corsa contro il tempo. Salvare il paziente! In alcune culture primitive la malattia fa parte del lato umano e viene accettata come conseguenza della vita stessa. Come artista i suoi quadri sembrano aver accettato il lato umano della malattia, ma come medico che rapporto ha con essa?

Da che l’essere umano è cosciente del suo destino, è di già un corpo in decomposizione condannato a essere portatore del dubbio metafisico. La scienza, l’arte, la filosofia, la religione, tutte le creazioni che caratterizzano l’essere umano si confrontano sempre con questa eterna questione.

Quali sono gli artisti della tradizione spagnola che ammira di più?

Non mi piace individuare preferenze in pochi nomi, né circoscriverli in un’area determinata.

Lei è tra i maggiori esponenti dell’arte contemporanea spagnola e mondiale riuscendo a raffinare e utilizzare tecniche classiche. Come vede l’arte oggi in un periodo in cui tutti cercano qualcosa di nuovo?

Non importa se i procedimenti sono tradizionali o nuove tecnologie. L’importante è il dominio tecnico del mezzo che si utilizza, e soprattutto, il contenuto concettuale dell’opera. Anche se il tema trattato è molto contemporaneo, deve essere profondamente vincolato alle eterne e universali questioni dell’essere umano.

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Carlo Sessa

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