Arts & Culture

Madame Orlan

La vittoria della donna sul corpo che Dio ha imposto

Nell’arte, il concetto di estremo è l’evidente intenzione di scardinare i canoni rivoluzionandone il percorso, il sentire e la produzione artistica. L’uomo da sempre è affascinato dall’estremo: inizia da bambino esplorando se stesso e il mondo circostante attraverso il desiderio sensoriale di apprendimento, ignaro del pericolo che avviene con il passaggio nell’età adulta. Giocando a ferirsi, pizzicarsi e cadere, egli indaga la conoscenza del dolore e i suoi limiti di tolleranza. Crescendo questa ricerca non raggiunge la completezza e ne rimane solo l’attrazione al rischio, alla violenza come meta di conquista in un mondo che non ha limiti classificabili. L’iconografia cattolica propone immagini di santi privi del comune senso di dolore, anzi è mostrata come sofferenza estatica, la cui vicinanza al divino è direttamente proporzionale al tormento stesso. La ricerca di mortificazione viene promossa come un livello superiore di spiritualità.

“…Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere dei gemiti, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi che di Dio…”

Santa Teresa d’Avila

Questa contemplazione del dolore porta alcuni artisti a fare del proprio corpo ricerca e stimolo di se stesso. Ma tra questi c’è n’è una che ha portato all’estremo questo concetto, pur distaccandosi dall’idea che prevede il dolore fisico come parte indispensabile dell’azione: ORLAN. Francese ed esponente indiscussa della body art, il suo percorso artistico inizia con performance dall’alto contenuto femminista, soverchiando l’imposizione della bellezza femminile a opera e consumo del maschio, per poi approdare a metodiche di chirurgia estetica più avanzate per l’ottenimento del risultato in assenza quasi totale di rischi e dolore: l’artista si appropria degli ideali estetici del passato per rimodellare il proprio corpo. Durante gli interventi, restando cosciente, legge testi di filosofia e letteratura, coordina i chirurghi, gli operatori, i tecnici delle luci. Interagisce con la sua presenza e con il luogo in cui avviene l’operazione come fosse un set, rendendo pubblico qualcosa di privato. Soggetto e oggetto, ORLAN si riprende il diritto dell’uso del proprio corpo. Un corpo che cambia, che si trasforma e si modella, che ci decontestualizza nel rompere quel tabù che lo vede come un qualcosa di sacro e intoccabile di cui solo Dio può disporre. L’anatomia diventa una scelta, qualcosa di modificabile attraverso identità multiple.

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ORLAN-Origine de la guerre

Ricorda quando ha capito che voleva essere un’artista?

Non c’è un momento preciso. Lo sono diventata poco a poco a partire dall’adolescenza quando disegnavo, dipingevo o costruivo degli oggetti o delle sculture.

Il suo debutto è stato da subito estremo?

Ho iniziato a disegnare e dipingere. Più tardi, ho creato le performance. Le prime, che sono state considerate “estreme” sono state le misurazioni delle strade con il mio corpo, la performance Baiser de l’artiste, L’origine de la guerre nella mia opera plastica, le performance Operazioni chirurgiche e il mio lavoro partito dalla coltura delle mie stesse cellule. Ma tra questi atteggiamenti piuttosto radicali, ho molte opere che sono foto, video, sculture… istallazioni che sono molto diverse.

È passata dal misurare le strade col proprio corpo, ad andare in giro con la stampa del suo corpo nudo, dalla reincarnation de sainte orlan, alle operazioni chirurgiche, alle sovrapposizioni fotografiche.Come si è evoluto questo suo percorso artistico?

Tutte le mie opere mettono in discussione lo stato del corpo nella società attraverso pressioni culturali, politiche e religiose, che fanno parte del corpo e soprattutto del corpo delle donne.

Da sempre le civiltà modificano il corpo, basti pensare all’inserimento di dischi nei lobi e nelle labbra, alle donne giraffa, ai piedi cinesi con la pratica della fasciatura del loto d’oro. Tutte imposizioni estetiche di chiaro stampo maschilista poiché sono quasi sempre le donne che le subiscono. Nel suo percorso performativo è passata da interventi chirurgici per avvicinarsi ai grandi modelli di bellezza del passato fino a modificare le sue immagini con l’uso di strumenti informatici per ricreare l’incanto di civiltà lontane. Cos’è il corpo per lei?

Le performance di interventi chirurgici sono state create per mettere della figura sul mio viso. Sono contro gli standard di modelli di bellezza. Contrariamente a quanto dicono i giornali popolari, non ho usato modelli di bellezza. Ho messo in discussione ciò che la società vuole che siamo e ho messo in gioco la maschera dell’innato. Zarathustra dice: “Io sono un corpo intero e nient’altro.” Un corpo è un veicolo per milioni di germi e batteri.Un corpo, nel corso di una vita, è la trasformazione stessa perché non abbiamo un corpo, ma dei corpi. Per me, il corpo è come una maschera innata che, oggi, può essere trasformata reinventata, rimodellata. Io sono per identità multiple, mutevoli e nomadi.

Quali sono i processi per la realizzazione di una sua performance?

Ho creato questi interventi chirurgici dal 1990 al 1993 e ho voluto fare uso di strumenti moderni. Ho usato le reti satellitari per la trasmissione delle immagini video delle mie performance chirurgiche in modo che il pubblico, nella mia galleria di New York, al Centro Pompidou di Parigi o nel Centro McLuhan di Toronto, potesse vedermi e pormi delle domande in diretta alle quali ho risposto appena la procedura chirurgica me lo avesse permesso.

L’atto performativo ha sempre bisogno di qualcuno che lo guardi per confermare uno status “artistico”?

Assolutamente no, è possibile fare delle performance solamente per le foto o i video.

Il pubblico riveste un ruolo particolare che permette di instaurare una relazione con l’artista o l’interazione non è sempre necessaria?

Ogni opera è un reinventarsi. Stabilire una relazione diversa con il proprio pubblico, diversa ad ogni performance. È una posizione d’artista.
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Serie: Sky and Skaï video – Title: Assomption of White Virgin on Plastic Bubbles Clouds and Video Monitor – Dimension: 63 x 47 in – Technique: color photography – Date: 1983

Per la fede cristiana, le reliquie sono la prova tangibile dell’esistenza del sacro. Derek jarman nel suo film “blue”, affermava che “siamo tutti schiavi dell’immagine”. Che siano sacre o meno, basti pensare al corpo mummificato di lenin o di mao, vogliamo vedere per credere. Le reliquie delle sue operazioni sono parte integrante della performance nascondendo un significato o sono testimonianze dell’azione che si è verificata?

Quelle che tu chiami reliquie, per me sono tracce. Le tracce delle mie performance sono spesso completamente riprese, rimesse in scena e diventano opere a se stanti. Ma ci sono alcuni oggetti che sono solamente oggetti che sono stati utilizzati durante la performance e che possono essere considerati come reliquie. Per esempio in una performance chirurgica, ho usato ciotole e oggetti di plastica e, in alcune delle mie mostre, li presento accanto alle foto della stessa.

Con la sua arte ha messo in discussione il valore della bellezza considerata “ordinaria” utilizzando il proprio corpo come strumento di dialogo nei confronti di chi la osserva. Ha dimostrato che l’immagine è mutevole e che è possibile un’evoluzione infinita. Quale è il limite?

La bellezza è solo un prodotto dell’ideologia dominante e un certo tipo di bellezza è valida solo in funzione del luogo e/o della storia in cui si è nati e quindi formati. Io sono per identità in movimento, nomadi, mutevoli. Per quanto riguarda la domanda sui limiti, cerco di spingerli il più in là possibile ma i miei limiti implicano di non mettere mai in gioco la mia vita e mantenere la mia serenità.
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ORLAN-7th Surgery-Performance Titled Omnipresence New York 1993- Closed-up on one of Laughters During the Operation

Attraverso la tecnologia e i progressi in campo medico si potrà ambire ad un’evoluzione selezionata e programmata con la conoscenza di una genetica pensata e costruita. Ma se guardiamo al passato, persone come cesare lombroso e la sua misurazione del cranio o i nazisti con le ricerche eugenetiche nella ricerca della razza perfetta hanno già percorso questa strada. Oggi il rischio di autorizzare la scienza nel nome del progresso a operare una sinistra selezione dell’individuo è concreto. Non la spaventa un po’ questo futuro?

Con un martello si può costruire una casa o uccidere qualcuno. Ciò che è importante è sapere con cosa si fa cosa, a quale scopo e con quale ideologia lo si fa. Finora abbiamo più o meno lasciato fare alla natura che a sua volta produce anche: mostri, disabili o persone affette da malattie genetiche, quindi è naturale che si cerchi di garantire alle nuove generazioni una vita non per forza “naturale”. Tutto ciò che è naturale non è necessariamente buono. Alcuni bei funghi uccidono.

Immagina un uomo nuovo nato da possibili ibridazioni con altre specie?

Non immaginerei un uomo nuovo, ma un essere umano o un umano che potrebbe incorporare capacità animali che sono migliori delle nostre, o che noi non abbiamo.
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« Bumpload striptease from scans », 5’7’’ en boucle, vidéo 3D, 2013

Oggi l’arte può essere ancora strumento di rivoluzione?

Nietzsche diceva: “Abbiamo l’arte per non morire di verità”. Questa affermazione è ancora valida nel nostro tempo, e nel mio lavoro non ho voglia di produrre un’arte decorativa, per decorare appartamenti, perché ci sono già i centrini, le tende e i mobili per fare questo. Quello che m’interessa è un’arte che disturba, che sconvolge, che ha diversi angoli di attacco per mettere in prospettiva i nostri pensieri stereotipati, i nostri preconcetti, le nostre abitudini, i nostri quadri. L’arte è anche un mezzo di resistenza e dopo gli eventi che abbiamo vissuto e il FN che propone norme per l’arte aberranti e altamente restrittive delle nostre libertà. Credo che l’arte debba stare dalla parte della lucidità e di chi mette in discussione ciò che sta accadendo.

Quanto il mercato dell’arte è ostacolo, se lo è, di questa spinta rivoluzionaria?

Per gestire la propria immaginazione, l’artista deve essere in grado di vivere del suo lavoro e poter produrre. È quindi necessario che venda le sue opere. Ma attualmente il mercato dell’arte appartiene a investitori e banche e, la maggior parte del tempo, non ha nulla a che fare con la qualità dell’arte. È da segnalare che tra le opere molto costose, ci sono capolavori, opere fondamentali e pionieristiche della storia dell’arte, e poi ci sono decorazioni per appartamenti o giardini. Il mercato dell’arte spesso richiede compromessi agli artisti, opere figurative e vendibili che non suscitino domande, che siano semplicemente incantevoli, o delle astrazioni che vadano con qualsiasi arredamento.

Che futuro vede per l’arte performativa?

Ho creato nel 1978 un simposio internazionale di performance e video perché in Francia sono poche le performance e molti i preconcetti. Quando c’era una performance era per fare animazione durante un vernissage. I tempi sono cambiati, le performance sono diventate una pratica artistica come altre e molti artisti vengono a mettere in discussione la loro pratica abituale per l’intervento della performance, vale a dire il contatto diretto con il suo pubblico. Molti artisti fanno performances e sono stati obbligati ad essere classificati in altri campi artistici, dicendo: performance teatrale, performance danzante, performance musicale… performance performance.

 

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Carlo Sessa

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