Arts & Culture

Vanitas Artificis

Una conversazione con Olga Gambari

“La vanità fa specchiare la vita in un corto circuito fine a se stesso, che sacrifica tutto il resto a un’aspirazione narcisista e senza futuro”.

Così scrivevi a proposito della vanità, commentando l’intervento performativo ultime stanze (vanitas artificis) - premio autofocus 2014 per la performance. Mi piacerebbe approfondissi questa considerazione, che trovo esatta nella sua sintetica formulazione.

La vanità è un’arma a doppio taglio. C’è una percentuale di positività in essa, nella misura in cui fa essere presente la persona a se stessa, non la fa, cioè, scomparire e trasfigurare nell’immagine dell’altro. Bisogna sapere chi si è per vedere davvero l’altro, per poter avere una buona relazione. La completa abnegazione dell’io nell’altro è un tragico retaggio cattolico, che ha fatto solo danni, seminando un senso di frustrazione nell’io di tanti, sfociato poi in derive psicologico/psichiatriche più o meno gravi. Ma anche solo nella negazione di se stessi, della propria identità e diversità. Nel non rispetto di sé. E questo è sempre il prologo, comunque, al non rispetto degli altri. Detto questo, la vanità è un sentimento assai pericoloso, perché è incontrollabile, perché è ambiguo e si nutre di se stesso. In questo è fine a se stesso, cioè non ha progetto verso l’esterno del sé, sia in senso relazionale, sia sentimentale, sia temporale. È l’istante per l’istante, in cui l’io appare come un idolo d’oro in uno spazio/tempo congelato. È una negazione della vita. Ma non è un’indole che deve essere presente nell’individuo, anche perché credo sia uno degli strumenti di cui si serva antropologicamente l’istinto di sopravvivenza, ma bisogna sapere che tende a diventare un vizio.

Quel che mi ha colpito nella tua analisi del lavoro è l’aver intuito che il cuore di ultime stanze (vanitas artificis) è un discorso sulla bellezza, più ancora che sulla vanità.

“(…) la bellezza delle piume del pavone, una meraviglia della natura, si mortifica e annulla sul materiale organico e in decomposizione di una collina di sterco. Questo è il paesaggio destinato all’individuo vittima autocompiaciuta della vanità, così come alla bellezza identificata come obbiettivo e non come mezzo, come dimensione solitaria e creativa. Valore estetico e non bene. In questo atteggiamento Irene Pittatore evidenzia una responsabilità e una colpa fondamentali, sia individuali sia sociali, perché alla bellezza l’artista riconosce potenzialmente un valore salvifico, catartico, di evoluzione spirituale. La bellezza che educa, eleva, illumina”.
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Ultime stanze vanitas artificis, still da video, 2014, riprese Pino Chiezzi

Che meraviglia la bellezza. Credo che sia quello che, alla fine, salvi l’uomo.

In questo momento storico di abbrutimento e di perdita della conoscenza, la prima vittima, si sa, è la lingua, che vive una massificazione e un depauperamento semantico totale, per cui noi tutti parliamo una lingua fatta di pochi termini, e ognuno non incarna più la sfumatura precisa a cui si riferiva, ma un senso generico. Bello\brutto, buono\ cattivo e via così. Per cui anche la parola bellezza è intesa in un’accezione banale. Ma la bellezza è un insieme di valori, è un modo d’essere, di sentire, di vedere. La bellezza contiene i concetti di verità, di necessità, di evocazione, di antico e futuro uniti indissolubilmente, di rispetto, di libertà, di conoscenza, di società, di piacere. Ma è una lista molto più lunga. Per questo la bellezza è ciò che può salvarci.

Provando a rintracciare la genesi di ultime stanze (vanitas artificis), rilevo che quel che mi accade (è dovuto, forse) è rovistare sempre la nostalgia della bellezza, o qualcosa che attiene la sua fine, un’evocazione. Qualunque progetto investa, sembra che il mio (dis) corso persegua, sfidi e perseguiti quella perdita. Possiamo considerare la vanità (e quindi la vacuità) come un rischio, un’infezione, connessi alla ricerca della bellezza?

Perseguire e perdersi sono azioni limitrofe, gemelle, separate da sfumature. Diventano condizioni esistenziali, sentimentali. Non c’è una mappa di carta ma una texture emotiva e poetica. Per cui, è un viaggio metaforico che l’individuo, e l’artista, deve fare conducendolo con attenzione. Penso al ritorno di Ulisse a Itaca.
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Guido Cagnacci, Allegoria del Tempo (La Vita umana), olio su tela, cm 108,5 x 84, Collezione Cavallini Sgarbi
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Ultime stanze vanitas artificis, La performance a The Others, 2014 © Viviana Rossi

Al museo ettore fico a torino è in mostra il silenzio delle cose, a cura di davide dotti e andrea busto, progetto espositivo che indaga la genesi, lo sviluppo e le articolazioni del soggetto delle vanitas in italia attraverso una selezione di dipinti provenienti da collezioni pubbliche e private. Cosa ci dicono, oggi, le oltre cinquanta opere realizzate dai maestri baschenis, solimena, maurillo, cagnacci, fra lafine del XVI e il XVIII secolo? Che suggestioni intravedi in questi lavori dedicati alla caducità della vita e all’essenza effimera delle vanità umane, diventati un vero e proprio genere?

Generi e opere meravigliosi, ipertesti simbolici dove bellezza e piaceri non erano fini a se stessi, ma erano cultura, monito, sapienza, traccia comunque sovversiva. Dialogo comune. Opere di uomini contemporanei, ancora sulla soglia dell’antichità, che leggevano la vita in maniera laica, certamente colta, ma libera dal moralismo e dalla rigidità religiosa. Uomini che, potendosi rivolgere alla classe borghese (fatta di gente di diversa provenienza sociale, che lavorava), poteva intavolare un discorso pragmatico, anche cinico, e sicuramente onesto, sul significato della vita, comprendendovi (e torniamo al punto) la bellezza anche come joie de vivre.

Su google, la prima voce in cui ci si imbatte, digitando vanità, è una definizione del sostantivo: “frivolo compiacimento di sé e delle proprie qualità personali, vere o presunte: Soddisfare, lusingare, solleticare la v.; la stolta v. Di certi letterati; anche, eccessivo interesse per cose futili (la proverbiale v. Delle donne) e innocente mania, debolezza”. Trovo particolarmente stomachevole il riferimento alla “proverbiale vanità delle donne’’, quasi questa vaghezza d’atteggiamento fosse appannaggio di genere. Cosa ne pensi?

È il solito retaggio culturale, ciò che è leggero, effimero, vanitoso, isterico, debole è per antonomasia donna. La vanità è umana, non ha genere né condizione sociale, né età. E penso ai pavoni, a te cari. Non appartiene anche a loro la vanità?

Olga Gambari è curatore indipendente, critico d’arte e giornalista. Collabora con La Repubblica e Flash Art. È direttore del progetto editoriale www.artesera.it e direttore artistico della fiera di arte contemporanea The Others a Torino. Ha sviluppato decine di progetti curatoriali per spazi privati italiani e per pubbliche istituzioni, lavorando con giovani artisti così come con nomi storici, italiani e internazionali.

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