Arts & Culture

Il pregiudizio come strumento di classificazione

Negli ultimi tempi è facile essere colpiti da toni di intolleranza sui diversi media

Negli ultimi tempi è facile essere colpiti da toni di intolleranza sui diversi media. Toni che sono anche il frutto di malainformazione e di calcolo politico, ma non solo. Fomentare il pregiudizio raccoglie un’eredità che fa parte della nostra storia di specie.

Intendiamoci: il pregiudizio è uno strumento di selezione che ha aiutato gli esseri umani a giungere fino ai nostri giorni. Si tratta in sostanza di un metodo poco dispendioso per classificare la realtà, quando questa non è particolarmente complessa, cioè quando le variabili da considerare sono poche.

Condizioni che si sono verificate nella storia della nostra specie più di una volta, ad esempio quando vi era la necessità di capire in tempi brevi se i membri di un’altra tribù erano ostili. Data l’esiguità del numero di membri di una tribù, con buona approssimazione si poteva ritenere che il comportamento di un singolo rappresentasse l’intero gruppo.

Da qui la classificazione di quella tribù in toto. La possibilità di valutazione corretta è del50% (o si era davanti a un “amico” oppure davanti a un “nemico”), dunque abbastanza alta per rendere il pregiudizio un meccanismo predittivo efficace per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza. Oggi le variabili da consideare sono molteplici: siamo milioni di individui suddivisi in culture e subculture annidate e intrecciate tra loro.

Il pregiudizio come meccanismo predittivo può risultare utile nei confronti dei singoli individui, visto che la percentuale è sempre del 50%, ma perde completamente di efficacia davanti a grandi numeri. Ad esempio, se vi trovaste davanti a un italiano e doveste capire se questi è mafioso, senza saper nulla della sua storia personale, avreste il 50% di probabilità di indovinare la sua appartenenza a qualche famiglia mafiosa.

Se doveste giudicare l’intera popolazione italiana, è facile capire che voler stabilire se tutti gli italiani siano mafiosi o meno è un’aberrazione statistica che non può trovare riscontro nella realtà. Eppure, l’esperienza ci insegna che avviene esattamente questo: siamo portati a fare di “tutta un’erba un fascio”. Di fronte al moltiplicarsi delle variabili, l’evoluzione ha selezionato un atteggiamento mentale semplificatorio, che:

• permette in tempi brevi di decidere, ovvero “sopravvivere”;
• rassicura l’individuo delimitando un campo di variabili definite, anche se ristrette alla sua personale esperienza;
• tende a premiare comportamenti stereotipati seguiti dal resto del gruppo.

Il pregiudizio nasconde infatti un senso di inquietudine verso le novità e le differenze. Se ciò che si è o si fa ha permesso la sopravvivenza
del gruppo, perché modificare il comportamento andando incontro all’incertezza? Un noto proverbio recita infatti che “chi abbandona la strada vecchia per la nuova non sa cosa trova”.

È ad esempio il motivo per cui rimaniamo in coda a una cassa del supermercato e non andiamo a formarne una davanti a una cassa appena aperta (quando succede, è perchè vi sono i cosiddetti “free rider” che aprono una nuova direttrice nel comportamento del gruppo). Quindi meglio prediligere chi è simile a noi per pensiero e soprattutto azioni: si prospettano meno problemi, più possibilità di evitare conflitti e di “sopravvivere”. Il riconoscimento dell’altro come nostro simile è di per sé classificatorio: esiste chi è simile a noi e chi non lo è.

Questo tipo di classificazione aumenta la coesione interna del gruppo, che tende a vedere gli altri gruppi come “ostili”, in diversa misura. E non dobbiamo pensare a conflitti tra nazioni (grandi numeri, appunto), ma anche solo a due diverse tifoserie di calcio oppure a due uffici della stessa azienda.

Famoso in tal senso è l’esperimento carcerario di Stanford (secondini contro carcerati), i cui risultati hanno mostrato meccanismi mentali che gli stessi sperimentatori non avevano previsto. Non a caso, l’accettazione di un nuovo membro all’interno del gruppo non è automatica, ma passa da una serie di “prove” che mirano a spogliare il nuovo arrivato della sua diversità per assumerne una nuova, consona al gruppo di arrivo.

Lo stesso meccanismo è alla base degli addii al celibato dove il membro del gruppo di origine ha manifestato l’intenzione di “tradirlo” per entrare in un altro (per giunta totalmente nuovo e fondato da quello stesso individuo).

Quando il processo di integrazione fallisce, spesso è a causa di problemi latenti all’interno del gruppo stesso. Il nuovo arrivato diventa il capro espiatorio che innesca, seguendo il pensiero degli antropologi Frazer e Girard, riti di purificazione della comunità. Additare chi ha diversi costumi e credenze o fare mobbing in ufficio verso un collega non perfettamente integrato, sono espressioni di meccanismi radicati e strutturati.

Le manifestazioni di intolleranza che si moltiplicano ogni qual volta una comunità non riesce a problematizzare, e quindi a risolvere, un disagio (come in epoche di crisi economica) sono incardinate su questi presupposti.

Spesso dico che l’Antropologia è la capacità di sospendere il giudizio: ciò che tutti noi dovremmo fare, cioè sospendere il giudizio in modo da farsi (giuste) domande e non cadere in facili e semplificatorie conclusioni.

di Moreno Tiziani

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