Arts & Culture

Kubra Khademi

La voce che sfida gli uomini di Kabul

La paura della donna è insita nell’uomo da sempre, per alcune culture essa è una porta tra un mondo e un altro. Prima di nascere non esistiamo, siamo in un altro mondo e poi attraverso la vagina della donna veniamo in questo mondo abitato dai vivi. Questo concetto spinse alcune civiltà a credere che il sesso femminile fosse qualcosa di misterioso e pericoloso – non a caso la morte e quasi sempre rappresentata al femminile – decretando che il potere dovesse essere tutto a discapito dell’uomo e relegando la donna a uso e consumo di esso.

Questa realtà oggettiva si viene ad affermare soprattutto se pensiamo alla violenza durante le guerre. I nemici violentano le donne dei rivali nell’intento di “profanarne” il corpo, come un affronto verso un qualcosa che appartiene. Non a caso molte volte, l’uomo che subisce tale affronto, rinnega e caccia la donna come marchiata e indegna come se la colpa fosse sua.

Diverso come concetto è la violenza diun uomo verso un altro uomo, sarebbe un’impostazione di superiorità/inferiorità, ma nessuno caccerebbe un uomo violentato. È sempre il corpo ad essere in prima persona, poiché prima ancora del nostro pensiero, esso si manifesta con la sua presenza e da sempre è mezzo di comunicazione, da oggetto privilegiato nella pittura tradizionale a presenza attiva nelle performance artistiche contemporanee.

Ed è con esso, che la giovane artista Kubra Khademi ha deciso di dar voce alla sua arte e alla voce di migliaia di donne che vivono in una condizione di subordinazione all’uomo nel suo Paese, l’Afghanistan. Un Paese che cerca di rialzarsi attraverso i giovani e cerca di tornare a vivere in uno stato di spensieratezza come prima dell’invasione sovietica, delle guerre di potere e della presa di controllo dei talebani.

Un Paese martoriato dalla guerra e dal fondamentalismo che ha rinnegatol’arte sia antica che contemporanea, ma soprattutto ha rinnegato il diritto di esistere delle donne. Vittime consapevoli e inermi che davanti allo sgretolarsi delle loro certezze non hanno potuto fare altro che chinare il capo e coprirlo, con un velo, a nascondergli non solo il viso, ma la dignità di essere umano.

Siamo consapevoli che in quella parte del mondo il fenomeno è solo accentuato rispetto alle altre nazioni, che ci sarà sempre anche al di là di tutte le lotte femministe questo problema e anche se Eva quando mangiò la mela, si ribellò alle leggi di un Dio maschilista e alla subordinazione dell’ uomo dando vita alla disubbidienza e alla conoscenza, gli uomini sono riusciti ad incolparla e a prendersi il merito del libero arbitrio.

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There was not fairy tale – Lahore – Pakistan- 2016 © Masooma Rezaie

Cosa può dirci della guerra nel tuo Paese e dello stato attuale. La situazione si sta stabilizzando o non è così? Le ferite di guerra sono ancora aperte e faticano a cicatrizzarsi?

Finché il terrorismo cresce, come cresce di giorno in giorno in Afghanistan, si è sempre in guerra, lì non c’è uno Stato vero e proprio. E se c’è, perché non esiste una soluzione per una vera e propria lotta per portare la pace? O lo Stato stesso in sé è terrorista oppure l’autorità è inefficiente!

Ricordiamo con orrore i bombardamenti alle statue dei Buddha di Bamiyan durante il controllo talebano del Paese. Durante la guerra quanto l’arte e la cultura hanno pagato in Afghanistan?

 Bombardare le statue del Buddha penso sia stato il simbolo della rovina dell’umanità da parte della guerra talebana. I talebani non hanno solo ucciso delle persone (donne, uomini e bambini), ma molte donne e bambine sono state anche violentate prima di essere uccise. All’epoca la questione era salvare delle vite non l’arte o la cultura. Ma oggi l’idea è quella di ricostruire sulle ferite lasciate da quei ricordi e cercare di tornare almeno all’epoca precedente la guerra sovietica con una nuova energia per ricostruire un Paese ormai stanco della brutale mentalità dei fondamentalisti e lottare per la pace, una speranza per questo Paese. Ma la domanda che rimane è quanto e quanto lontano si può costruire e fare per la cultura e l’arte pacifica quando la situazione politica è così complicata e diretta verso il disastro!? Inoltre ritengo che il non sottomettersi a questa situazione meriti rispetto e credo che anche questo sia lottare per la pace (non importa quanto sia ovvio che il terrorismo stia diventando più potente giorno dopo giorno, ma io combatto contro di esso con l’arte o qualsiasi altro mezzo/ capacità…).

Com’è essere un’artista donna nel suo Paese e come viene percepita l’arte contemporanea?

Direi che essere donna nel mio Paese sia una sfida ed essere una donna artista sia una doppia sfida! Siccome le mie dichiarazioni artistiche sono abbastanza semplici e dirette e visto che uso il mio corpo nelle mie azioni, sia come soggetto che come oggetto, quando queste performances sono influenzate dalla realtà che mi circonda spesso finiscono con il parlare di diritti di genere e di diritti umani della donna, che in una società come questa non è neanche considerata come un altro “sesso” ma come un extra. Sempre che sia considerata un essere umano! Beh l’arte contemporanea non esiste nelle istituzioni, non è né praticata né insegnata all’università!

Qual è il suo percorso artistico?

La mia famiglia e chiunque mi conoscesse si aspettava che io diventassi un’artista dal momento che ho sempre saputo disegnare fin dalla prima infanzia e sono sempre stata apprezzata per le mie pitture/disegni ovunque. Nella mia concezione, durante la mia infanzia, 20 anni fa o poco più, la mia immagine di artista era “io con pennello e colori e dipinti” e l’arte era “un dipinto o magari la scultura”, la mia conoscenza finiva lì ed è per questo che sono finitaalla scuola d’arte “Università di Kabul, Facoltà di belle arti” dove ho studiato arte per un anno (2008-2009), ma ogni giorno ne rimanevo delusa, perché non c’era quello che stavo cercando! Credevo che l’arte non esistesse lì! Cercando tra le borse di studio alla fine sono riuscita ad entrare in una buona università d’arte a Lahore in Pakistan nel 2009, dove si studiava anche l’arte contemporanea e avevo un sacco di libertà. È così che ho scoperto il mio corpo nella mia arte e ancor di più me stessa con esso.

Quale pensiero sta dietro lo sviluppo delle sue opere?

Me stessa e… me stessa

Dalle opere pittoriche alle performance c’è sempre il corpo come protagonista, qual è il rapporto che ha con esso?

Nella mia infanzia sono stata colpita duramente da mia madre con dei cavi elettrici perché avevo disegnato un sacco di donne nude (esse erano ben proporzionate e con i genitali particolareggiati). Le avevo viste per la prima volta in un bagno pubblico e se ripenso ad allora credo di essere rimasta affascinata vedendo così tante donne nude, alcune senza biancheria intima, immagino che rimasi stupita nel vedere una donna nuda, era semplicemente un’immagine insolita… Così dopo essere stata punita a causa di quei disegni, ho convissuto con questo senso di colpa per 20 anni (non ho mai parlato di quell’evento), ma ora che sono un’artista che usa il suo corpo nel suo lavoro, creando anche delle situazioni di disagio per me stessa (ad esempio in una performance mi sono schiaffeggiata per 45 minuti) ho trovato la via più conveniente per comunicare con esso.
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Amor – © Naim Karimi

Nei Paesi islamici che seguono le leggi coraniche, sappiamo che la rappresentazione del corpo è vietata. Percepisce dei cambiamenti positivi in tal senso o la parte più ortodossa continua a predominare?

L’arte come viene largamente praticata (concerti in cui una donna canta, scritti, cinema e altre attività in cui c’è la presenza femminile) potrebbe non essere apprezzata dalla religione oppure essere proibita se si rompono dei tabù e le leggilegate al proprio credo religioso. Adesso  però la situazione nel nostro paese stacambiando e penso che sia perché abbiamo avuto un periodo della storia in cui Kabul e l’Afghanistan erano alla pari degli altri Paesi europei anche se è ancora poco lo spazio dedicato a questo tipo di libertà anche in considerazione della questione della politica e del potere economico che fanno crescere in Afghanistan e in Medioriente il terrorismo

La donna è da sempre oggetto di discriminazione e nella violenza femminile sia fisica che mentale si viene ad affermare il concetto della donna che appartiene all’uomo. Qual è la condizione globale della donna vista con i suoi occhi?

Beh la condizione della donna nel mio Paese! Neanche le donne stesse sono consapevoli dei loro diritti primari di essere umano. Lì il femminismo è necessario!

Attraverso la performance per le strade di Kabul con l’armatura metallica che riproduce le forme del suo corpo ha denunciatola situazione della donna in Afghanistan. Può raccontarci come la gente ha raccolto il suo messaggio?

La gente capisce. Tutti hanno colto il mio messaggio, sia i presenti che quelli che hanno visto solo le foto di questo lavoro. Credo che la miglior risposta alla mia performance sia stata l’esclamazione di un bambino che mentre camminavo ha detto: “Guarda quella ragazza non vuole essere toccata!”
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Kubra & Pevestran sing – Paris – France – 2016 © Masooma Rezaie

Cosa può fare l’arte per il suo Paese?

Combatte per l’umanità!

Quali sono i vincoli nel suo Paese con cui gli artisti si devono confrontare?

Beh, ci sono molte limitazioni ma anche molte libertà in Afghanistan. Ora sono in Europa e sto lavorando faccio arte, ma non posso fare tutto quello che voglio, perché qui ci sono leggi particolari per la produzione di arte, ma ho altre libertà che non avrei mai avuto a Kabul! Per l’arte ci sono limiti ovunque e ovunque diversi!

Ha mai pensato di trasferirsi in un’altra nazione per agevolare la sua carriera artistica?

L’arte è comunicazione visiva e, dal momento che la mia arte è fatta di performance e si completa con il pubblico, ho sempre l’impressione che gli artisti riescano a creare una connessione con tutti nel mondo. Certamente penso sempre di portare il mio lavoro a un pubblico sempre diverso dal mio Paese in pratica cercando di parlare a tutto il mondo. Le immagini delle performance non sono mai le stesse, cambiano in base al pubblico perché il pubblico è parte integrante del lavoro.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Creare e fare arte!

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Carlo Sessa

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