Arts & Culture

yes, we Fuck! Ode alla libera coniugazione della disabilità con l’eros

Una conversazione con Antonio Centeno e Raùl de la Morena, registi del documentario sulla vita sessuale delle persone con disabilità

Il documentario Yes, we fuck! (Spagna, 2015), realizzato grazie al crowdfunding, è una sfida poetica e politica a pregiudizi radicati, un gioioso assalto alle zone d’ombra dei nostri immaginari che tendono a mettere in relazione diretta disabilità e disagio, disabilità e asessualità, disabilità e mancata indipendenza. Il documentario è un percorso di esplorazione e di confronto sul desiderio, sul corpo e sulle relazioni proprie di soggetti spesso esclusi da pratiche, discorsi e rappresentazioni sessuali.

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Antonio Centeno, attivista del Foro de Vida Independiente, e Raùl de la Morena, documentarista: perché avete deciso di realizzare Yes, we fuck!?

CENTENO: Nell’estate 2012 abbiamo discusso della distanza siderale tra la legge e ciò che passa per la testa della maggioranza delle persone a proposito di disabilità. In Editar una vida (2005), documentario di Raùl de la Morena, in occasione del quale ci siamo conosciuti, si mette a confronto la vita in istituto con la vita indipendente. Impressionante, oggi come allora. Si potrebbe girare di nuovo il film e sarebbe ancora valido, nonostante il significativo progresso legislativo (sono del 2006 la Legge di autonomia personale e la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità ndr).

Il peggio insomma non risiede in quanto è scritto, ma nell’immaginario collettivo, che rimane ancorato al passato, avvalorando il confinamento in istituto come parte della soluzione piuttosto che come parte del problema. In molti infantilizzano le persone con disabilità per la convinzione che la biologia le rende “naturalmente dipendenti”. Pertanto, ci è parsa evidente la necessità di rompere il binomio dipendenza-infantilismo, termini che alimentano un circolo vizioso che finora è rimasto refrattario a ogni progresso ideologico e legislativo. Da qui è nata l’idea di fare un documentario su sessualità e disabilità. Non si tratta tanto di descrivere didatticamente questa realtà, quanto di far saltare in aria l’immaginario collettivo che visualizza le persone con diversità funzionale come esseri asessuali.

Il documentario è stato premiato in numerosi Festival: il Fish&Chips di Torino, la Muestra Marrana di Città del Messico... Quali sono i Paesi che Yes, we fuck! ha raggiunto nel suo primo anno di vita e con quali risultati?

DE LA MORENA: Siamo riusciti a portare il film in Italia, Cile, Messico, Austria, Inghilterra, Guatemala, Argentina, Germania… L’accoglienza è sempre calorosa in occasione delle proiezioni e dei festival dedicati a sessualità e questioni di genere, ma stiamo incontrando una barriera nei festival di natura più generalista. Sembra vogliano ignorare che la sessualità ci interpella tutti: la accantonano o la rimuovono dalla loro programmazione.

Il percorso di ricerca per Yes, we fuck! è durato due anni e mezzo. La gran partedei protagonisti del film sembra a proprio agio con se stessa e con la videocamera. È stato difficile creare le condizioni per girare scene di nudo e di intimità?

D: I protagonisti sapevano che avrebbero partecipato a un documentario politico, la cui strategia consisteva nel presentare storie reali con immagini esplicite che mostrano le persone con disabilità come esseri sessuali e sessuati, come corpi desideranti e desiderabili, per mettere in discussione l’idea di normalità e il modo in cui intendiamo il desiderio, il piacere e la bellezza. Tutto questo in un contesto di vita quotidiana che aiuti a collegare il modo di vivere, la libertà personale e la sessualità. Si ha la sensazione che si scopi come si vive e si viva come si scopa.

Cioè, se si dispone di una vita propria – cosa impossibile vivendo in un istituto o a carico della famiglia – e ci si può assumere la responsabilità delle cose di tutti i giorni, stabilendo legami liberi da rapporti di dominazione, è molto probabile che si sviluppi una vita sessuale ugualmente libera, ricca e piacevole. E parimenti, se si vive una sessualità libera, ricca e piacevole, è possibile si manifesti una volontà irriducibile di arrivare ad avere una vita propria e indipendente.

Ho la sensazione che questo film stia concretamente concorrendo a infrangere preconcetti e a colmare lacune, questioni inesplorate. Quali sono le reazioni del pubblico?

C: Il documentario è recepito in maniera trasversale e non interpella soltanto le persone con disabilità: tutti noi possiamo facilmente vederci riflessi in alcune delle storie presentate. La mancanza di libertà nella nostra società, esemplificata attraverso la sessualità e le persone con disabilità, ci fa vivere Yes, we fuck! in prima persona.

Ho avuto molto da imparare dai discorsi e dai comportamenti dei soggetti ritratti. Fragilità e sofferenza coesistono con determinazione e forza. Penso che questa battaglia sia fortemente connessa con il bisogno di visibilità e accettazione per quei soggetti e quelle relazioni non conformi ai paradigmi normativi vigenti. È stata naturale la connessione con attivisti queer e femministi?

C: Al di là del prodotto audiovisivo che ne è scaturito, il processo di creazione del documentario ha avuto di per se stesso un valore, in quanto ha  generato occasione di incontro per diversi movimenti politici legati al corpo e alla sessualità: (trans)femministi, LGBT, movimenti di sex workers, fat activism

Certamente ci sono difficoltà nel processo di convergenza, come la carenza di spazi che siano allo stesso tempo accessibili e queer friendly, o il diverso livello di politicizzazione di ogni gruppo. Ma abbiamo discorsi affini perché condividiamo esperienze di vita simili, per aver sofferto il peso di uno sguardo che disprezza la differenza, la considera patologica per depoliticizzarla e la costringe in quel vicolo buio che è il terreno del “personale”. Ci siamo incontrati per riscattare tutte le potenzialità dei nostri corpi, della nostra vulnerabilità, per celebrare la differenza e ripoliticizzare la disuguaglianza, per incarnare una rivolta dai margini, dall’abietto. La ribellione dei mostri è in corso e se va piano, è perché forse andrà lontano.

Siete in dialogo con istituzioni locali e nazionali per una legislazione in merito all’assistenza sessuale? Ci sono Paesi europei cui riferirsi come a esempi da seguire?

D: Due delle storie del documentario sono incentrate sul lavoro sessuale: una tratta di assistenza sessuale, l’altra di prostituzione inclusiva. Non sono la stessa cosa, anche se entrambe sono forme di lavoro sessuale con un grande potenziale di empowerment, sia per le persone con disabilità che per i sex workers. L’assistenza sessuale è un sostegno all’accesso sessuale al proprio corpo: riconoscerlo, esplorarlo, masturbarlo.

Sono azioni  che solitamente ciascuno compie da sé, ma che per alcune persone con disabilità necessitano di supporto. L’assistenza sessuale può essere fornita prima, durante e/o dopo la pratica sessuale con altre persone. L’assistente sessuale non è qualcuno con cui fare sesso, ma qualcuno che ti aiuta a fare sesso con te stesso o con qualcun altro. Se l’assistenza sessuale favorisce il consolidamento di una relazione sessuale con il proprio corpo, la prostituzione inclusiva – che non discrimina – facilita la sperimentazione, il gioco e la condivisione della gioia del sesso con altre persone.

Solo la prima è necessaria per alcune persone con disabilità, ed è quindi un diritto fondamentale, che deve essere sostenuto, anche economicamente, dallo Stato. La seconda, invece, ha a che fare con l’esperienza ludica del sesso da parte di chiunque e, pertanto, non crea obblighi per le autorità pubbliche, al di là di garantire i diritti per i lavoratori. Per quanto ne sappiamo, i sistemi detti di “assistenza sessuale” attivi in alcuni Paesi europei rispondono più a un modello di “prostituzione speciale per persone speciali”. Noi non condividiamo questa idea; i ghetti non hanno mai funzionato per cambiare le cose, né nell’educazione (scuole speciali), né nel mondo del lavoro (centri speciali di impiego), né per quanto riguarda l’alloggio (residenze dedicate).

Avete qualche forma di contatto o dialogo con organizzazioni religiose?

C: No, ma forse, visto che voi siete più vicini al Vaticano, potreste inviare una copia del film a Papa Francesco. Di sicuro, se rispetta i valori dell’umanesimo, la libertà e il buon vivere, gli piacerà e si unirà a Yes, we fuck!

Che cosa ha significato per voi Yes, we fuck! in termini di coinvolgimento, lavoro sul linguaggio, confronto fra discipline? State pensando a qualche nuovo progetto insieme?

D: Yes, we fuck! ha presupposto un lavoro di collaborazione fra attivismo e linguaggio audiovisivo. Sapevamo che la cosa più importante era ottenere un documentario interessante, fresco e leggero, dove però ogni fotogramma fosse impregnato di impegno sociale. Questo equilibrio non è stato facile da raggiungere e ci sono stati momenti difficili, ma sapevamo che ne sarebbe valsa la pena. Abbiamo anche visto come il documentario ha assunto una sua personalità, lontano dalle mani dei suoi autori. Quanto a eventuali nuovi lavori insieme, non si sa mai…

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AAA ASSISTENTI SESSUALI CERCASI
L’ITALIA È FERMA AL PALO IN TEMA DI GARANZIA DEI DIRITTI ALLA SESSUALITÀ DELLE PERSONE CON DIVERSITÀ FUNZIONALE. INTERVISTA A MAXIMILIANO ULIVIERI, RESPONSABILE DELL’INNOVATIVO PROGETTO “LOVEGIVER”

Perché ha deciso di fondare il Comitato per l’assistenza sessuale alle persone con disabilità?

Come spesso accade nella vita, si fanno scelte legate alla propria storia. Se è vero che dai ventisette anni in avanti ho avuto relazioni, avventure, fidanzamenti, fino a sposarmi nel 2008, è altrettanto vero che l’adolescenza e una parte della mia vita adulta sono state prive di relazioni affettive e sessuali.

Quando nel periodo adolescenziale cominci a desiderare di scoprire il tuo corpo e a volerti masturbare, avverti la necessità di spazi di intimità. Per me era complicato. Non tanto perché fisicamente non potevo – e per molti c’è anche questo aspetto – ma per l’impossibilità di disporre di spazi privati: non mi era possibile chiudermi in una stanza o in bagno e certamente non potevo chiederlo a mia madre. Troppe spiegazioni imbarazzanti da dare.

Le prime esperienze le ho avute con una escort a ventidue anni. Dopo l’arrivo di Internet tutto è cambiato. Più possibilità. Più conoscenze. Più sicurezze. Ho iniziato a vivere le passioni e il mio corpo in modo diverso e positivo. Non mi sono però dimenticato di tutti coloro che non ci sono riusciti e non ci riescono. Per questo ho pensato alla figura dell’assistente sessuale.

Quali sono le differenze fondamentali fra un assistente sessuale, o love giver, e un sex worker?

La prima differenza è sicuramente il percorso formativo che un love giver deve intraprendere: si tratta di un percorso molto lungo e complesso che prevede formazione con psicologi, medici e sessuologi. La seconda riguarda le motivazioni: l’assistente fa di tutto affinché la persona assistita non abbia più bisogno del suo supporto. Chi lavora come sex worker fa il contrario. Senza considerare che c’è molto lavoro psicologico e la dimensione empatica è la più coinvolta.

L’assistente sessuale ha l’obiettivo di accompagnare il soggetto o la coppia nella presa di contatto con il proprio corpo, il proprio piacere, la propria sfera affettiva. I confini del percorso prevedono un accompagnamento alla masturbazione e all’autoerotismo?

Non direi confini. Direi che è previsto questo tipo di percorso e non è detto che serva sempre arrivare fino alla masturbazione. La sessualità, la corporeità, sono molto vaste. Non sono comunque previsti rapporti completi.

In Austria, Danimarca, Germania e Olanda sono attivi e riconosciuti corsi professionali per assistenti sessuali. Non c’è una legislazione specifica al riguardo poiché l’attività è inquadrata nell’ambito della prostituzione, che è legale. Sicuramente questa situazione genera confusione fra le figure, ma almeno la formazione degli operatori e la pratica dell’assistenza sessuale possono aver luogo. Qual è la situazione italiana? A che punto è il disegno di legge 1442?

Il ddl in Italia per adesso giace nel “parcheggio” dei ddl. Puntiamo a una sperimentazione a livello regionale. Potrebbe essere una strada più facilmente percorribile e veloce.

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Quali sono le istituzioni e le organizzazioni socio-culturali con cui avete aperto un dialogo e con quali risultati?

Abbiamo fatto molti convegni con le associazioni in tutta Italia. Ci sono stati incontri anche con le istituzioni, con consiglieri comunali e regionali. Molta cordialità, ma aspettiamo i fatti.

C’è coesione, fra le associazioni che operano sui temi della disabilità, a proposito dell’assistenza sessuale?

La coesione in Italia non c’è quasi su nulla. Figuriamoci su certi argomenti. Direi quindi non molta. Soprattutto non c’è una chiara e pubblica esposizione a favore. Ci sono molti timori e si preferisce rimanere in disparte. Molti i convegni sull’assistenza sessuale, ma finito l’incontro difficilmente se ne fa pubblica richiesta. Cosa che aiuterebbe molto a spingere l’iter legislativo.

Quali sono gli obiettivi concreti che vi proponete a breve termine?

Essere concreti. Non lo dico come battuta. Sensibilizzare va bene, divulgare è importante, ma a questo punto si deve realizzare concretamente il progetto. Leggi o non leggi, noi partiremo.

Qual è la risposta dei media?

Sono stato spesso in tv: in Rai, Mediaset e LA7. I media sono importanti. C’è sempre il pericolo che l’argomento venga trattato in modo sbagliato, soprattutto su giornali e riviste. È capitato, ma il rischio è giusto prenderlo.

Oltre al portale Lovegiver.it e al libro Love-Ability, ha ideato un sito dedicato al dating per favorire la creazione di incontri e reti relazionali. Come sta andando?

Il primo messaggio da dare al Paese è che le persone con disabilità possono vivere le relazioni, la sessualità, in modo soddisfacente per se stesse e per il partner. Purtroppo le persone con disabilità hanno difficoltà a raccontarsi, ma io cerco sempre di stimolarle in tal senso e Loveability.it aiuta.

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Irene Pittatore

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