Arts & Culture

BAIT AL KARAMA. LA CASA DELLA DIGNITÀ DELLE DONNE DI NABLUS

Quando un'attivista, un'artista e una cultural manager danno vita a un sogno

Nablus, la più grande città della Cisgiordania, è situata a sessanta chilometri a nord di Gerusalemme, tra i monti Ebal e Gerizim. Il suo profilo è punteggiato da trenta minareti.
“Nablus è soprannominata Piccola Siria. Chi la attraversa ha la sensazione di trovarsi in una città tanto palestinese” sostiene l’attivista Fatima Kadumy “quanto siriana, giordana o egiziana. Tra le sue vie è possibile sentir pulsare l’intero mondo arabo”.

Originariamente chiamata Flavia Neapolis dall’imperatore romano Tito, assunse il nome che ancora oggi conserva nel VII secolo, a seguito della conquista araba. Nablus, dopo l’occupazione dei crociati, rimase sotto il controllo ottomano per quattrocento anni (dal XVI secolo sino alla fine della prima guerra mondiale). Amministrata dopo il 1918 dalla Gran Bretagna, potenza mandataria in Palestina per conto della Società delle Nazioni, dal 1948 ha seguito le sorti della Cisgiordania.

“Nablus, con la sua città vecchia, è da sempre il cuore economico della Palestina” prosegue Fatima “e proprio nella città vecchia si sono concentrati gli attacchi dell’Israeli Defense Forces (IDF) durante la Seconda Intifada”.

A causa del conflitto israelo-palestinese, Nablus è segnata da una grave crisi economica. Il tasso di disoccupazione è passato dal 14,2 per cento del 1997 al 60 per cento del 2004. I dati relativi alla città vecchia sono ancora più drammatici: qui, come nei campi profughi, la disoccupazione ha sfiorato la soglia dell’80 per cento (nablusguide.com, a cura della ONG Project Hope). Un gran numero di edifici, inoltre, è stato danneggiato e richiede interventi di risanamento.

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©Tanya Habjouqa

 

L’idea di Bait al Karama ha origine nel 2009, in occasione della prima visita dell’artista Beatrice Catanzaro a Nablus. Di fronte a un lungo caffè, sul divano che diventerà il loro shuttle, Beatrice Catanzaro e Fatima Kadumy iniziarono a condividere pensieri e opinioni sulla situazione di Nablus e delle sue donne. “Entrambe siamo del 1975, ma mentre la mia infanzia trascorreva giocando a Pac-Man, quella di Fatima si misurava con i sassi della Prima Intifada” racconta Beatrice nel corso della presentazione di Bait al Karama al Creative Time Summit 2015 di New York, di fronte a un pubblico ipnotizzato dalla potenza del suo racconto. “Fatima condivise con me un sogno che coltivava da molti anni: creare a Nablus un centro per donne, dove potessero finalmente cominciare a vivere, contrastando condizioni esistenziali precarie e il clima di forte arretratezza e conservatorismo”. In occasione di quel primo incontro, Beatrice Catanzaro trascorse alcuni giorni a casa di Fatima Kadumy e della sua famiglia, sperimentando una generosa ospitalità, a suo dire caratteristica della comunità palestinese tutta.

Prima di tornare in Italia, Beatrice disse a Fatima che insieme avrebbero dovuto aprire a Nablus una vera e propria scuola di cucina. Fatima accolse l’idea, confessando soltanto a distanza di anni che quella proposta le era parsa completamente sproporzionata alle loro forze. Come giustificare, in una situazione tanto difficile, l’obiettivo di mettere in piedi un progetto così ambizioso?

Tornata in Italia, Beatrice Catanzaro decise di coinvolgere la cultural manager Cristiana BottigellaBait al Karama, la Casa della Dignità delle donne di Nablus, per vedere la luce necessitò di un lungo tempo di incubazione, di molti incontri di vicinato e di un accurato studio del contesto. “Nove mesi di gestazione, il tempo di una gravidanza” constata Beatrice, che si trasferì a Nablus nel 2010 cominciando a intessere relazioni internazionali, mentre Fatima, al mercato, discuteva e si confrontava con donne influenti della città vecchia, capaci di intuire, e poi di sostenere, la portata di un progetto dalle grandissime ambizioni.

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Irene Pittatore

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