Arts & Culture

GEORGES MERILLON – RACCONTARE LA REALTÀ MOSTRANDO LA VERITÀ

Con la sua fotografia ha deciso di dare voce alle persone che ha incontrato nel suo percorso perché la fotografia parla e per non farci dimenticare riproduce all’infinito ciò che non potrà più ripresentarsi

Prima c’erano i neoclassicisti, poi arrivò Théodore Géricault che con La zattera della medusa metteva fine a tutto quel periodo artistico fatto di miti e divinità e portando agli occhi degli spettatori del  Salon di Parigi del 1819 la cruda realtà: l’affondamento della fregata Méduse. Ci lavorò per otto mesi, pochi intimi potevano entrare nel suo studio a parte la zia con i pasti, coloro che gli portavano gli arti dei cadaveri dall’obitorio per i suoi studi e qualche amico; e doveva essere davvero convinto Géricault di quello che stava facendo distaccarsi dai concetti di bellezza idealizzata delle opere neoclassiche per ritrarre quei corpi morti e storpiati dal dolore (così tanto convinto che omaggiò il suo giovane amico Delacorix ritraendolo e invecchiandolo con la stola rossa nell’angolo in basso a sinistra del quadro) Romantico Théodore.

Al pari degli artisti ci sono tanti tipi di fotografi: arte, moda, sperimentazione. Poi c’è il photo reporter, una missione la sua, raccontare il mondo attraverso la fotografia. Come una nuda veritas essa non inganna mai, anzi, l’obbiettivo diventa testimone e sguardo sul mondo raccontando una realtà a volte anche scomoda a quegli occhi – i nostri – che spesso si girano dall’altra parte, non vogliono vedere o fanno finta di non vedere. Abituati al male abbiamo smesso di stupircene. Sottraendoci da quel torpore dato dalla routine quotidiana facendoci destare e facendoci affrontare la realtà, queste foto entrano nelle case della gente, stupiscono, meravigliano, spaventano e informano.

Testimone e portavoce di ciò che accade e ha visto, è la fotografia di guerra a possedere tutte le migliori caratteristiche di fotogiornalismo diventando strumento essenziale per l’opinione pubblica; e in questo, il fotografo ha sulle sue spalle una funzione di responsabilità sociale dovendo temere anche la censura.

Ci sono scatti e scatti, tra quelli puramente documentaristici c’è poi quello giusto, quello che non solo documenta ma fa provare emozioni, gioia, rabbia, domande e dubbi. “La gente ci ha ringraziato per la nostra presenza e ci ha chiesto di dire al mondo quello che avevamo visto” questo il messaggio affidato a Georges Merillon dai soggetti della sua foto più famosa e vincitrice del World Press Photo nel 1991.

Una foto, il dito che schiaccia il pulsante e in un istante un piccolo frammento dell’azione e del tempo viene colta e immortalata per sempre, la sua forza documentativa sta nella testimonianza attiva dell’avvenimento sorvolando anche la raffigurazione estetica e fenomenologica. Il soggetto; che sia luogo, oggetto o essere vivente, non è altro che un particolare di un evento nella sua totalità e che attraverso la soggettività e la tecnica del fotografo che ci riporta l’immagine per mezzo del suo stile e gusto estetico crea la notizia. Come la bottiglia affidata al mare e contenete il disperato messaggio di salvezza, il photo reporter attraverso la foto affida a noi il suo di messaggio. Sta a noi coglierlo. E se impossibilitati a salvare, almeno a non chiudere gli occhi.

portrait_merillon-1024x716 GEORGES MERILLON - RACCONTARE LA REALTÀ MOSTRANDO LA VERITÀ

Il fotoreporter ha lo stesso compito di un giornalista, ovvero raccontare una storia. Qual è a suo avviso la principale differenza?

Ci sono più cose in comune che differenze. Entrambi hanno un loro punto di vista e sono uniti dal modo personale con cui guardano una data realtà. Paradossalmente, detto da un fotografo, direi che la differenza principale sta nel fatto che molto spesso per pubblicare i propri lavori, il fotoreporter ha bisogno delle parole di un giornalista. In sostanza la fotografia di reportage è spesso dipendente dal testo.

Girare il mondo fotografando angoli nascosti e attimi irripetibili è una sorta di vocazione e sicuramente richiede anche un pizzico di follia e coraggio. Come ha iniziato la sua carriera di fotografo?

Da giovane sono stato attratto da questo lavoro guardando fotografi come Gilles Caron o Don McCullin. Ho deciso di tentare la fortuna a 22 anni per le strade di Calcutta scattando foto di vita quotidiana. È stata la mia prima esperienza e al mio ritorno, per mia sorpresa, la rivista Geo ha acquistato il mio lavoro.

La sua foto della veglia funebre di Nasimi Elshani, meglio conosciuta come Veglia funebre in Kosovo, ha vinto il World Press Photo del 1991. Qual è la storia di quello scatto? Cosa accadeva intorno a lei in quel momento e, soprattutto, cosa ha provato?

Ero in Kosovo da due giorni per la rivista Time. Il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic aveva appena messo fine all’autonomia del Kosovo decisa da Tito scatenando diverse manifestazioni. La mattina del 28 gennaio 1990 le informazioni riportavano che quattro ragazzi erano rimasti vittime dei proiettili della polizia serba mentre si recavano a una manifestazione a Rahovec.

Uno di loro, Nasimi Elshani, 28 anni, viveva a Nagavc. Fu organizzato un convoglio per cercare di arrivare li. Sono partito con un team della televisione francese, un giornalista albanese che ci guidava e due fotografi serbi che temevano l’accoglienza che avrebbero potuto trovare nei villaggi. Abbiamo dovuto evitare i posti di blocco dell’esercito. Abbiamo raggiunto la meta dopo più di tre ore di strada e di piste. Gli abitanti del villaggio furono sorpresi di vedere che dei giornalisti stranieri erano riusciti ad arrivare e ci hanno rapidamente guidato verso la casa della famiglia Elshani, raccontandoci quello che sapevano: il 27 gennaio Nasimi Elshani con un gruppo di amici si stava recando a un raduno a Rahovec.

Lungo la strada, ad una curva, sono incappati in un’imboscata organizzata dalla polizia. C’erano ragazzi provenienti da diversi villaggi, avevano le mani in tasca, erano tutti molto tranquilli. I poliziotti nascosti tra i cespugli e sui lati della strada senza dire nulla e senza farsi riconoscere hanno aperto il fuoco sulla folla. Nasimi e altri tre giovani sono morti trentadue son rimasti feriti. Entrai nella casa di Elshani. La famiglia mi ha fatto entrare in salotto. Sdraiato sul pavimento, c’era il corpo di Nasimi Elshani. La luce era bassa e entrava nella stanza attraverso una singola finestra. Una fitta nebbia si era formata sul vetro diffondendo una strana illuminazione ovattata. Ho subito notato la forza della luce che illuminava la stanza. Non si sentivano parole o discussioni, solo grida e lacrime.

Rimasi li solo un minuto poi uscii. ero commosso dalle grida delle sue donne e dalla presenza di un bambino di tre mesi, il figlio della vittima tra le braccia di sua madre, ai piedi del corpo. La gente ci ha ringraziato per la nostra presenza e ci ha chiesto di dire al mondo quello che avevamo visto. Ero scioccato da quello che avevo visto, ma dovevamo tornare rapidamente sulla strada perché dovevamo assolutamente tornare a Pristina prima del coprifuoco. Non ho visto le mie foto che due settimane dopo il mio ritorno a Parigi.

algerie-01-1024x689 GEORGES MERILLON - RACCONTARE LA REALTÀ MOSTRANDO LA VERITÀ
© Georges Mèrillon / Gamma

La lettura continua

Leggi tutta l’intervista su Noseer

Previous post

HIGH WATER – CRUSH

Next post

BAIT AL KARAMA. LA CASA DELLA DIGNITÀ DELLE DONNE DI NABLUS

The Author

Carlo Sessa

Carlo Sessa