Arts & Culture

TRA LE OSSA DI MILANO. SAN BERNARDINO ALLE OSSA

Esiste un luogo a Milano dove da secoli tutto tace, riposa nell’immobilità di coloro che vi dimorano: i morti.

A pochi passi dal Duomo e dal suo caotico passaggio di persone: lavoratori e cittadini distratti che attraversano la piazza ormai assuefatti dalla vista della cattedrale, turisti che fotografano alzando gli occhi alle guglie ad osservarne le statue che come sentinelle vegliano sulla città e sulla Madonnina che volge lo sguardo al cielo e allarga le braccia, come a dire all’altissimo: ecco la città proteggila.

Lasciando quella babilonia di voci e genti si arriva a una chiesa e alla sua omonima piazza: Santo Stefano, ma non è questa che ci preme scoprire ma quella che la affianca, la chiesa di San Bernardino alle ossa. In quella zona tanto tempo fa avreste incontrato la confraternita dei disciplini, custodi dell’ossario dell’ospedale del Brolo e della piccola chiesa.

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Li avreste riconosciuti per i loro cappucci chiusi con le due fessure per gli occhi, i teschi portati nei cordoni della cintura o il saio aperto sulla schiena con i segni della fustigazione auto inflitta per espiare le colpe del mondo. Crollato il campanile di Santo Stefano nel 1642 portando con sé la distruzione della chiesa e cappella originaria, l’ordine decise di ricostruire il complesso in maniera più esemplare, tanto memorabile che Giovanni V re del Portogallo ne rimase così colpito che ne volle far edificare uno simile a Evora.

Una volta varcata la soglia ci si ritrova all’interno di una chiesa luminosa a pianta ottagonale, sulla vostra destra al centro una statua della madonna e una porticina in legno conduce a un piccolo corridoio ricoperto di ex voto, un’altra porticina da superare ed eccoci all’interno dell’ossario. Una stanza piccola, quadrata, con pareti completamente ricoperte di teschi e ossa a formare decorazioni come fossero grottesche e disegni di croci protette da grate di ferro.

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Sopra l’altare un’Addolorata piange il figlio disteso ai suoi piedi nel tipico stile barocco spagnolo. Alzando lo sguardo tra teschi che ti osservano e ti rimembrano la caducità della vita, sulla volta la salita al cielo delle anime sante del purgatorio tra angeli rassicuranti. Quello che si presenta agli occhi è qualcosa di affascinante e che incute soggezione al tempo stesso, figlio del gusto seicentesco per il macabro e del continuo convivere con la frugalità della vita e delle pestilenze.

Una leggenda narra che tutti quei morti fossero i cristiani uccisi dagli ariani in una battaglia avvenuta con a capo Sant’Ambrogio, ed è per questo che l’ossario era chiamato degli innocenti. Più plausibile invece è che tutti quei resti appartengano ai morti del vicino ospedale, dei confratelli e dei condannati a morte i cui teschi pare siano quelli chiusi in cassette ed esposti sopra il portone e dei defunti riesumati dalle sepolture nelle vicine chiese.

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Se ci si avvicina alle grate ad altezza uomo, si può notare che alcuni teschi risultano lisci e levigati. Il perché era nel chiedere l’intercessione dei defunti verso Dio accarezzandoli, infilando le dita tra le grate e toccando quei resti in una dimostrazione di affetto e lasciando tra le ossa o all’interno dei crani foglietti con scritte le preghiere.

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Da sempre luogo caro ai milanesi per il culto dei defunti eppure ormai sconosciuto alla maggior parte di essi, sono pochi coloro che fanno visita ai morti per chiedere intercessione o pregare per loro, come oggetti da esposizione per stupire si entra, si fotografa, si parla e si commenta dimenticandosi che si è in un luogo che merita rispetto e silenzio.

Foto di Sepa

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Petra Battisti

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