Arts & Culture

EX SNIA DI VAREDO

La terra promessa dimenticata da tutti

Chi come me è cresciuto all’ombra delle grandi ciminiere che svettano come sentinelle nel cielo di Varedo, è consapevole di quanto sia stata violata oggi quella che un tempo era il fiore all’occhiello di un piccolo paese della Brianza.

Ricordo i grandi sbuffi di fumo bianco uscire da quelle enormi torri, le uscite e le entrate degli operai, mia zia, i suoi turni e le sue calze di nylon ad asciugare sullo stendino della cappa della stufa perché fossero pronte da usare per il giorno dopo, quando sarebbe dovuta tornare a timbrare il cartellino in quell’enorme città nella città.

Sì perché allora faceva ancora freddo in Brianza e la nebbia iniziava già dai primi di settembre a salire, l’umidità ti entrava ancora nelle ossa e le foglie gialle che cadevano e la pioggia ti  facevano compagnia dalla metà di settembre fino a novembre.

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Si passava davanti all’entrata della Snia in via Umberto, mano nella mano andavo verso casa di mia nonna e mi divertivo a sentire il fruscio delle foglie cadute sotto i passi, raccoglievo le castagne matte (rassicurato dalla tradizione popolare che le indicava come rimedio certo per il raffreddore durante l’inverno), e ricordo i fari delle macchine di coloro che varcavano i cancelli o uscivano dopo il loro estenuante turno di lavoro per tornare nelle proprie case, accompagnati da quel velo di nebbia che rende tutto sfocato, onirico come in un sogno.

La fabbrica ha avuto nel bene o nel male un ruolo importantissimo per Varedo e per tutto il Novecento la Snia Viscosa è stata una delle protagoniste del panorama economico italiano, un modello industriale di modernità ed efficienza che esportava in tutto il mondo i suoi filati artificiali.

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A partire dagli anni Cinquanta le tecnofibre come il Lilion furono il simbolo del boom economico e della ripresa. Chi se ne frega se in quegli anni gli impianti andavano giorno e notte con il loro perpetuo fracasso, se dalle sue ciminiere usciva di tutto, se i suoi fumi ammorbavano l’aria coi suoi veleni, i suoi liquami multicolori distruggevano la terra  e inquinavano il fiume Seveso trasformandolo in una fogna dove nemmeno i topi sopravvivevano.

Foto di Emanuele Toscano

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Carlo Sessa

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