Arts & Culture

MUSTAFA SABBAGH

La bellezza dell'unicità.

Onirico, imperscrutabile, imperfetto. Esattamente come per le risposte del tutto particolari date alle domande che gli sono state poste per la sua intervista, Il mondo fotografato da Mustafa Sabbagh, nato in Giordania da padre palestinese e madre italiana sembra appartenere a un’altra dimensione, non immagini ma stati d’animo dove il corpo umano imperfetto e reale viene consacrato diventando icona erotica ed emotiva.

Richiama modelli estetici dell’arte classica del ‘600, i suoi ritratti emergono dal buio di cui essi stessi fanno parte. Stravolgendo l’idea stessa di bellezza ci viene offerta tutta la realtà del corpo coi suoi difetti e pregi, nulla viene  celato per rendere più interessante esteticamente l’immagine, anticonformista e purista i suoi lavori mostrano piedi sporchi, calli, pelle arrossata e acne rivelandoci che il corpo è vivo è reale.

In una continua lotta impari con Dio a lui tutto il bello dell’anima e dell’immortalità mentre a noi il corpo con orifizi e spurghi, il decadimento, la morte e la putrefazione. Difficile rimanere impassibili davanti ai suoi soggetti completamente coperti di nero la cui sola forma di vita è la sigaretta accesa. Barocchi e nello stesso tempo essenziali la loro potenza figurativa attira e investe l’osservatore nel cercare un’intimità con il soggetto raffigurato.

L’esaltazione dei corpi e di quello che li riveste: la pelle. Pelle che protegge, che cela, che scopre e da conoscere come una cartina di terre lontane. Rovinata, macchiata,da accarezzare e annusare attraverso tutta la carica erotica che il corpo nudo possiede. Corpo alienato in una fusione di generi dove la sessualità diventa ambigua e non riconoscibile.

Sabbagh rende palpabile quel mondo onirico e inconscio facendo emergere immagini che altrimenti resterebbero sedimentate nell’oscurità. Oscurità che essendo a noi sconosciuta, quindi più intima, si carica di tutte le valenze erotiche con il suo  mondo ci spaventa. Siamo consapevoli dell’immagine erotica che esso produce nelle nostre menti e che da sempre reprimiamo attraverso il super-io. Eppure è solo un’immagine. Secondo la teoria di Jung l’inconscio è reale perché agisce e si manifesta sotto forma di immagini.

Immagini che Mustafa riesce a riordinare trasportandole nei suoi scatti con un pensiero cosciente e ragionato. Le sue figure sono piene di sessualità e religione che costringono lo spettatore a interagire con uno spettacolo che gli appartiene. Ordine e chaos. Il mescolarsi tra pelle e stoffa diventa irriconoscibile dove i corpi vengono completamente nascosti alla vista ricoperti di colore, stoffe o lattice quasi a dover scomparire.

Lasciano il ricordo di esso come la sindone. Rimane l’idea del corpo e non la sua presenza. Scardina tabù e barriere abbattendo canoni estetici antichi e moderni esaltandone la realtà: “Non amo le cose che non riescono a pungermi, a tagliarmi dentro, a toccarmi. La bellezza è qualcosa che fa male, ma non per quello bisogna evitarla, anzi. Siamo un po’ tutti masochisti, in fondo, e l’atto più bello del masochismo è amare la bellezza. Un sadico non può amare la bellezza – Mustafa Sabbagh – About Skin – SkyArte HD, 2013”.

Foto teatrali in grado di  commuovere dove il protagonismo del corpo si fonde e confonde tra la pelle e i suoi indumenti. Integrandosi tra di essi e rendendo i protagonisti come un tutt’uno. L’estetica prende una nuova forma di bellezza in grado di scardinare la morale attraverso la ricerca di un uomo nuovo multiculturale. La sua fotografia non mente anzi come in “XI comandamento” ci obbliga a non dimenticare.

Attraverso le sue opere Mustafa cataloga quelle paure nascoste di una società schizofrenica e disorientata che si dimentica della sua stessa umanità e del bisogno di integrazione. Paure per cui l’artista richiama un dovere sociale che è come un comandamento laico: quello di non dimenticare. Lo ribadisce nella sua risposta all’intervista indicando il quadro di Joseph-Désiré Court Scena del diluvio. Nel quadro vediamo raffigurato un bambino sorretto da una figura nell’atto di salvarlo. Immagine attuale che troppe volte abbiamo visto sulle televisioni.

Come una scossa verso quel torpore delle coscienze viene risvegliata la società affetta da paure e diffidenza, dove ci si considera tutti uguali e nello stesso tempo diversi. Dove la multiculturalità e il confronto sono la base per progredire culturalmente e umanamente ed è per questo che Mustafa ci ricorda di non dimenticare.

ritratto_mustafa-sabbagh-1024x732 MUSTAFA SABBAGH
© Antonello Stegani

È nato in Giordania, da padre palestinese e madre italiana; quanto ha influito questa miscela di culture nella sua vita e nel suo lavoro?

“Amore” – piano Ryuichi Sakamoto, background electronics, laptop Fennesz

Come è nata la passione per la fotografia?

“Mi piace l’odore della carta, di qualunque tipo essa sia. Mi ricorda l’odore della pelle”
“I racconti del cuscino”, regia di Peter Greenaway -1996

Come è stato lavorare con Richard Avedon e quanto le è rimasto da quell’esperienza?

“Il Santo è, soltanto, colui che mi interessi un po’. Può esistere un tirocinio dei Santi – degli artisti poco, dei Santi sì. A me interessa
più il Santo, che l’artista”
Carmelo Bene, “La phoné, il delirio”– 1984

mustafa-sabbagh_almost-true_002-1024x819 MUSTAFA SABBAGH
almost true, untitled | 2013 | stampa fotografica fine art su dibond | 100 x 125 | ed. di 5 + 1 pa ©mustafa Sabbagh

Le sue foto pongono al centro l’uomo e la sua dimensione; che rapporto si instaura con essi?

“Creare non è uno dei soliti giochetti un tantino frivoli. Il creatore s’è impegnato in un’avventura terrificante che consiste
nell’assumersi egli stesso sino in fondo i pericoli corsi dalle sue creature”
Jean Genet, “Diario del Ladro”, 1949

Che tipo di ricerca effettua per la realizzazione di una serie fotografica?

“Un uomo non arriva mai così lontano come quando non sa dove sta andando”
Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, 1940

mustafa-sabbagh_onore-al-nero_009-1024x819 MUSTAFA SABBAGH
onore al nero, untitled | 2015 | stampa fotografica fine art su dibond | 100 x 125 ed. di 5 + 1 pa © Mustafa Sabbagh

Mark Rothko diceva che un’opera d’arte deve avere la sua realtà e dimensionalità in quanto non deve imitare la realtà che la circonda. Può essere così anche per la foto o deve sempre rappresentare una visione oggettiva del mondo?

“Gli artisti mentono per rivelare, la gente comune per dissimulare”
Yukio Mishima,
“Colori Proibiti”, 1951

La lettura continua

Leggi tutta l’intervista su Noseer

 

Previous post

MAGDA

Next post

L'ARDIMENTOSA PERFORMANCE DEL CORPO FEMMINILE NON MODIFICATO

The Author

Agnese Pagani

Agnese Pagani