Arts & Culture

L’ARDIMENTOSA PERFORMANCE DEL CORPO FEMMINILE NON MODIFICATO

L'ondata estiva di body shaming (l’atto di criticare in maniera degradante qualcuno per le caratteristiche del corpo) anche quest'anno ha fatto il suo corso. Ci siamo misurati, a colpi di selfie e paparazzate, con prove costume e bikini bridge*, con giudizi e comparazioni sulla prestanza dei corpi, in particolare femminili, e con perentorie prescrizioni sull'abbigliamento ammissibile per ogni conformazione fisica.

L’ondata estiva di body shaming (l’atto di criticare in maniera degradante qualcuno per le caratteristiche del corpo) anche quest’anno ha fatto il suo corso. Ci siamo misurati, a colpi di selfie e paparazzate, con prove costume e bikini bridge*, con giudizi e comparazioni sulla prestanza dei corpi, in particolare femminili, e con perentorie prescrizioni sull’abbigliamento ammissibile per ogni conformazione fisica.

Al proliferare di volgarità e insulti su riviste di moda o gossip, blog e social media, hanno fatto eco articoli che invitano autori e autrici delle offensive considerazioni a meditare sulla natura nociva e discriminante di questi atteggiamenti, nel tentativo di sollecitare comportamenti orientati alla cura e all’accoglienza di tutti i corpi con le loro irregolarità e differenze (body caring).

È frequente che i soggetti più facili alle critiche e alla condanna di terzi siano gli stessi che con accanimento sottopongono se stessi a pratiche di modificazione del corpo considerate dovute e dignitose, così come all’adeguamento a codici estetici e di abbigliamento maggioritari. Il più delle volte non vi è traccia di consapevolezza delle ragioni che inducono tali scelte, percepite come ovvie, naturali e convenienti e non come frutto di convenzioni e costumi rispondenti a contesti storico-geografici e culturali specifici, cui è possibile conformarsi oppure opporre qualche forma di resistenza, concorrendo a rendere visibile la pressione sociale che li caratterizza.

Ho potuto constatare, a proposito del corpo e della sua pubblica esposizione, che c’è una questione particolarmente sommersa e difficile da affrontare: riguarda i peli femminili e la loro gestione. Al di là degli aggiornamenti sulle ultime tecniche depilatorie, il discorso si inabissa. Se sollevato in termini critici, scatena reazioni particolarmente violente. Anche soltanto prendendo in considerazione Europa e Stati Uniti – e le culture che ne subiscono l’influenza – possiamo sinteticamente considerare che i peli, oggi, sul corpo delle donne sono inammissibili in pubblico, contrariamente a quanto un noto marchio internazionale di prodotti per la depilazione si premura ad affermare sul proprio sito: “la donna oggi si depila per scelta e non per obbligo sociale”. Le considerazioni prodotte dall’ufficio marketing – che nello stesso articolo sostiene che “quando osserviamo le modelle (…), troviamo impensabile immaginare la pelle dei loro corpi statuari come qualcosa di diverso dal perfettamente liscio e vellutato” – sono più o meno le stesse che la gran parte di noi si trova in bocca se sollecitata a riflettere sulla questione. Questa “libera scelta”, come la maggioranza dei nostri costumi e dei nostri consumi, ha profondamente a che fare con convenzioni sociali coercitive, eteronormative e con il mercato.

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Federica, Francesca, Chiara e Matteo al Parco del Valentino (TO)

Ogni conversazione, infatti, che riguardi la conservazione dei peli sul corpo delle donne è scansata con imbarazzo. Figurarsi se a portarsi in pubblico è la “libera scelta” di non depilarsi gambe o ascelle, ovvero di non modificare le proprie naturali caratteristiche corporee. Ho provato a farlo per accompagnare, in modo paritario, le modelle del servizio fotografico di cui si offre in queste pagine un assaggio. L’esposizione pubblica del corpo femminile non modificato è una performance che richiede un coraggio e una resistenza fuori dal comune. Il primo sguardo sgomento che dobbiamo affrontare appartiene il più delle volte a familiari o amici. Le parole, ancora una volta, specchiano quelle dell’azienda produttrice di strisce depilatorie e hanno a che fare con il decoro e l’igiene. “La donna oggi si depila per sentirsi libera, “pulita”, o a proprio agio”. Di fatto, la donna deve depilarsi per poter essere considerata pulita, ordinata e sentirsi a proprio agio.

Perché proviamo schifo verso qualcosa che appartiene a tutti noi (alle donne come agli uomini), ma che sugli uomini non desta – salvo rare eccezioni – alcun turbamento? Perché associamo alla sporcizia soltanto la peluria femminile? Mai ci sogneremmo di guardare con disgusto un uomo o di intimargli “togliti quei peli dalle ascelle o dalle gambe, sono indecenti!”. Una delle battaglie del femminismo storico pare non aver lasciato traccia nelle nostre coscienze. Nonostante lo sviluppo del pensiero e delle pratiche post-femministe e l’affermazione del pensiero queer, volto a liberarci dall’aderenza a canoni normativi di genere, a promuovere identità più fluide e meno codificate, questo costume occidentale – che ha preso piede negli anni Venti con le campagne pubblicitarie per la rimozione di peli superflui dal volto femminile, per proseguire fra il Quaranta e il Sessanta con la promozione di prodotti depilatori per le parti del corpo che si scoprivano mano a mano che gli abiti si facevano più corti – non ne risulta minato in modo considerevole.

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Chiara al Parco del Valentino (TO)

Ci sono prese di posizione e tentativi di inneggiare a una effettiva libertà di scelta ancora scollegati, non sistemici, che passano per dichiarazioni di personaggi pubblici (si veda la celebre fotografia diffusa da Madonna nel 2014 con un’ascella a vista non depilata), progetti artistici (uno per tutti, Natural Beauty del fotografo inglese Ben Hopper) e azioni messe in campo da studiosi/i e attiviste/i. Interessanti a tal proposito il progetto di Xiao Meili lanciato su Weibo (il Twitter cinese) “Armpit hair photo contest”, alcune fanzine (Femme à barbe, curata da Jenna Brager, Stigma e la 12 hour zine Furr di Midge Belickis), blog con finalità body positive (hairylegsclub.tumblr.com), studi accademici (Christine Hope, Caucasian female body hair and American culture, 2004, per citare un esempio) e numerose testimonianze di pressioni sociali insostenibili.

Breanne Fahs, docente di Women and gender studies all’Arizona State University, da anni invita i suoi studenti a fare un esperimento. Alle ragazze propone di non depilarsi gambe e ascelle e ai ragazzi di depilarsi, dal collo in giù, per dieci settimane e, contestualmente, di tenere un diario. Il progetto, preso a esempio da numerosi colleghi e vincitore del premio Mary Roth Walsh Teaching the Psychology of Women, è un’occasione straordinaria di presa di coscienza: gli studenti hanno sperimentato quanto il corpo diventi strumento di contestazione al centro dell’opinione pubblica non appena smette di aderire in modo stringente agli stereotipi di genere prescritti dalla società. Gli studenti, tutti, si sono detti sconvolti nell’osservare come le persone si scandalizzino per un cambiamento così irrilevante come una diversa gestione dei propri peli corporei. “Non c’è modo migliore per comprendere le norme sociali che violarle e osservare come reagiscono le persone” ha dichiarato Breanne Fahs. “Non c’è davvero alcun motivo per cui la scelta di depilarsi o di non depilarsi debba essere un grosso problema. Ma lo è, come gli studenti possono constatare rapidamente attraverso questo esercizio”.

Si tratta di una questione che riguarda le nostre quotidiane pratiche di toilette, i loro tempi e i loro costi (la cui “necessità” le campagne pubblicitarie e il comune sentire ci aiutano a tenere a mente), ma anche il nostro rapporto con il corpo e con le pressioni sociali, con gli altri e con lo spazio pubblico. Desidero contribuire a rendere manifesto quanto una scelta non conforme alle prescrizioni sociali vigenti sia difficilissima da sostenere e avvolga chi la compie di stigmi pesanti. Mi interessa sollecitare una riflessione in chi sceglie di depilarsi, affinché sia un poco meno severo e ricordi che la propria scelta è rispettabile come ogni altra. Parimenti vorrei incoraggiare a non demordere chi ha desiderio di non sottoporre il proprio corpo alla sofferenza, al dispendio di tempo e di denaro che la pratica della depilazione comporta. Ogni corpo che siamo è diverso, ogni natura ha il suo canto e le sue forme, ogni soggetto ha una voce e un portamento che attende di essere liberato nel rispetto degli altri. Abbiamo tutti altro di cui occuparci, che della conta dei nostri e degli altrui peli, no?

*lo spazio vuoto che si crea fra la parte frontale delle mutandine e il ventre in caso di estrema magrezza, quando il costume poggia esclusivamente sulle ossa del bacino.

Foto di Irene Pittatore

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