Arts & Culture

ARTE O NON ARTE

Questo è il problema.

Siamo ben lontani dall’idea di artista sporco di colore che lavora nel suo studio in ambienti angusti, con poca luce e la consapevolezza che oltre a non essere capita la sua arte, morirà sicuramente povero. Anzi, molto spesso, le morti dei grandi artisti che oggi osanniamo sono state più eclatanti della la loro vita. Chi è morto sparandosi, chi ubriaco torna a casa e cade dalle scale, chi di sifilidee chi dopo una lunga vita tra tele e colori è morto anonimamente.

Ora gli artisti partecipano ad eventi, si mostrano a serate e fanno sfoggio di sé e filosofeggiano sulla società e l’arte magari con una sciarpa al collo in lino e il flûte di spumante. Non sei nessuno se non ti fai vedere e non partecipi a qualche serata mondana. Che piega sta prendendo il mondo dell’arte?

Facciamo un passo in dietro, il primo artista che ha rivoluzionato il mondo dell’arte è stato sicuramente Marcel Duchamp che con i suoi ready made scardinava l’idea che l’opera dovesse essere qualcosa di costruito dalle mani dell’uomo. Che fosse un quadro o una scultura nasceva direttamente dall’abilità e dalla bravura dell’artista, con un valore estetico, tecnico e morale.

Con il suo orinatoio fontana Duchamp buttava le basi per una nuova arte: quella concettuale. Nel suo atto rivoluzionario egli dava importanza all’idea e non alla tecnica, un artista doveva essere più un filosofo, chi se ne frega se sappia dipingere o meno per quello ci sono gli illustratori e i decoratori. Nell’appendere la pala da neve al soffitto firmandola “da parte di Marcel Duchamp” e non “opera di” chiariva il suo ruolo nell’idea e non nella realizzazione fisica.

Nel suo pensiero l’arte non poteva esistere finché l’artista non la dichiarava tale. “L’arte concettuale è buona solo quando le idee sono buone” così affermava Sol Le Witt in un articolo uscito nel 1967 sulla rivista Artforum. E aveva ragione, siamo passati dal soffermarci a contemplare un’opera appesa al muro e incorniciata a guardare anche un semplice buco nel muro, divertendoci perché flotte di persone sostano contemplando buchi o foratini esposti in musei o fiere dell’arte come davanti a un quadro di Monet o una scultura di Renoir.

Non serve, è solo un buco o un foratino, una volta capito il pensiero che l’artista ha voluto dare non serve indugiare oltre a osservarlo, si può passare oltre. Il concetto è arrivato e il fatto che non siamo stati noi a pensarlo ma qualcun altro, fa di quel buco, quel foratino un’opera d’arte. Questa lezione deve averla capita bene Maurizio Cattelan – artista per alcuni, paraculo per altri – che fa della sua arte una provocazione, sempre.

Quando creò Jolly Rotten Punk, o Punky per la Tate Modern, pensò a un nanetto con calzoni scozzesi che doveva saltare addosso e insultare i visitatori della galleria. Will Gomperez, uno degli organizzatori gli chiese perché non fargli porgere i saluti all’esterno della galleria e Cattelan subito rispose “No, perché Punky non può agire fuori dal contesto museale non sarebbe arte” definendo così la concezione che la sua opera al di fuori degli spazi museali non sarebbe arte.

Ottima intuizione, anche se l’opera dei bambini appesi alla quercia secolare di Piazza XXIV maggio a Milano del 2004 erano fuori dalle sicure pareti di un museo o galleria. È qui l’opera d’arte diventa più complicata, perché fino a quando rimane dentro un contesto limitato come un museo o una galleria può piacere o meno ma la si può definire comunque arte.

Uscita dalle rassicuranti mura deve fare i conti con la massa, la gente, la società che guarda scettica abituata all’idea di arte uguale Leonardo, Raffaello, Botticcelli, Primavera, Ultima cena e Gioconda. Capitò che un uomo si arrampicò sull’albero per staccare i bambini di Cattelan cadendo e finendo pure all’ospedale, con la convinzione di aver fatto la cosa giusta o almeno così riferiva il paladino caduto sull’asfalto dal suo letto d’ospedale intervistato al telegiornale.

Altro punto: come afferma Arnaldo Pomodoro, l’arte, soprattutto la sua, deve uscire deve stare nelle piazze, interagire con l’ambiente che lo circonda e la gente che passa. In un reciproco dare e avere si afferma che l’arte serve ancora a qualcosa. Riassumendo: l’arte può vivere dentro e fuori dagli spazi museali, l’arte può essere creata dalle mani dell’artista o semplicemente dichiarare come opera d’arte un oggetto già esistente.

L’arte contemporanea ha un’idea o un concetto da spiegare. È quell’arte che non spiega perché non c’è nulla da spiegare o l’artista non sa dare una spiegazione? Basta l’affermazione dell’artista che quella è arte quando davanti a un elicottero capovolto in una piazza e alla domanda del perché non si ha risposta? E’ legittimo lasciare tutta la fatica del cercare risposte a chi lo osserva? Non sono così sicura che quella sia arte.

L’arte è comunicazione, idea, pensiero. Non basta dire “L’ho fatto prima io” per dichiararla tale, non basta dire che quella sia arte per affermare che lo sia caro Marcel, forse alla tua epoca sì ma adesso siamo in un momento della storia dove il commercio e i soldi valgono più delle idee e di conseguenza anche l’arte si è adattata ai tempi. L’arte diventa merce e la merce diventa arte. Diventiamo tutti artisti e facciamo diventare arte tutto.

No, voglio pensare che l’arte sia ancora un atto di rivoluzione che deve svegliare le masse e fargli porre domande. Dove andrà l’arte del domani? Forse si deteriorerà come lo squalo sotto formaldeide di Damien Hirst o come le crepe di un quadro ad olio.

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Chiara Allegri

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