Arts & Culture

LA FOTOGRAFIA CHE NON MENTE

Quando e come la realtà diventa soggetto attivo da fissare.

La fotografia è un mestiere meraviglioso. Che lo si faccia per lavoro, ricerca artistica o hobbies; come uno scrittore si rispecchia nella parola, il fotografo esprime il suo modo di vedere le cose, il suo pensiero in maniera personale o nuova.

Bisogna innanzitutto vedere un’immagine nella propria mente e poi tradurla in fotografia, declinandola in mille modi di osservazione. Arte, moda, ricerca, sono tante le categorie che si sviluppano da quel macchinario nato ormai più di un secolo fa, e che ha rivoluzionato il modo di osservare la realtà.

Poi c’è il fotogiornalismo e i suoi allievi: i photoreporter. Uno dei lavori più affascianti di sempre. L’immaginario ce li prefigura come pellegrini del mondo, in giro con le loro attrezzatture a fotografare gli avvenimenti in corso.

Essere un photoreporter, ti da la possibilità di vedere gli eventi in prima persona non filtrati da nessun processo di manipolazione o da nessuna propaganda censuratrice. Più cose vedi e più capisci ciò che ti sta intorno. E più cose capisci intorno a te; più cose cerchi di vedere e fotografare.

L’immagine che ci viene restituita risente dell’opinione personale di chi ha eseguito lo scatto.Fu la guerra in Vietnam che stabilì il diritto ai fotogiornalisti di affermare una propria opinione come chiunque altro. E se citiamo il Vietnam e il suo conflitto, non possiamo non affermare che la fotografia di guerra è il podio più alto per ogni fotografo che intraprende la strada del reportage.

Essere un inviato di guerra ha tutte le caratteristiche migliori per la fotografia documentaristica, perché essa non mente, anzi mostra i fatti per quelli che sono, niente di filtrato, niente di tecnico o di magico, non c’è posto per l’estetica.

Bisogna essere pronti e acuti nel cogliere l’evento e basta. Un photoreporter di guerra deve documentare non pensare all’estetica dell’immagine finale. Se si indugia non è il lavoro giusto. Chi fa questo mestiere è il testimone di qualcosa di transitorio fissato in un immagine affinché diventi un mezzo comunicativo per gli altri.

Làszlo’ Moholy-Nagy, pittore, fotografo e docente del Bauhaus, sostenne che l’importante non era che la fotografia fosse riconosciuta come arte, ma che fosse il documento non falsato della realtà contemporanea.
Questa affermazione racchiude tutto il dibattito che da sempre ha coinvolto coloro che si ponevano tra la responsabilità e lo scopo del fotogiornalismo e coloro che invece la legittimavano come arte.

In una continua tensione tra esigenze estetiche e giornalistiche, tra fotografia come forma di comunicazione e fotografia come forma d’arte, la missione nel fotogiornalismo è quella di spiegare l’uomo all’uomo e viceversa.

Nessun dubbio che per essere un buon photoreporter bisogna avere non solo una buona dose di coraggio o fortuna, ma anche una spiccata sensibilità. Quel coraggio o fortuna che ha fatto in modo di darci stupende foto come il miliziano spagnolo ucciso di Robert Capa, lo studente cinese davanti i carri armati di Stuart Franklin o la ragazzina vietnamita che corre in cerca di aiuto ustionata dal napalm fotografata da Huynh Cong.

Quelle foto vincitrici di prestigiosi premi hanno fatto la storia e sono state riprodotte ovunque.

Foto di Melissa Favaron

La lettura continua

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Fabrizio Mariani

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