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LA MIA LIBERTÀ FINISCE NEL MOMENTO IN CUI SCELGO PER ME STESSO

È difficile vivere come si vuole e ancor più difficile è morire.

Gli ultimi fatti di cronaca avvenuti in Italia hanno riaperto questioni e dibattiti su cosa sia la vita e la sua dignità nonché il suicidio assistito, l’eutanasia e l’accanimento terapeutico. Ad oggi questi tre concetti convivono in un’accozzaglia di confusione che è bene spiegare.

Il suicidio assistito o suicidio accompagnato significa che la persona che ha deciso di mettere fine alla propria vita lo fa in modo cosciente ma soprattutto autonomamente. È lo stesso paziente che attua la somministrazione del mix farmacologico che può essere ingerito o nei casi in cui vi è impossibilità a deglutire somministrato per via endovenosa.

Questa scelta viene eseguita in piena libertà e facoltà di giudizio. La prima fase è quella di mettersi in contatto con la struttura ospedaliera che avendo ricevuto la cartella clinica del paziente ne attesta la gravità del caso e la patologia di cui soffre. Dopo l’accettazione è previsto
un colloquio con un dottore che accompagnerà il paziente per tutto il percorso.

Per legge il medico è tenuto a far desistere il soggetto da questo atto. Se si vuole proseguire nell’intento, il dottore incontrerà nuovamente il paziente e ripeterà la richiesta nel desistere in tale atto. Se ancora si è convinti della propria decisione, il medico preparerà la dose letale di pastiglie di Pento Barbital di Sodio sciolte in un bicchiere d’acqua.

Per i malati di Sclerosi laterale amiotrofica tracheotomizzati, a cui è stata applicato il sondino che porta nutrizione o liquidi direttamente nello stomaco, la dose sarà introdotta come se fosse una bevanda qualsiasi. In pochi minuti il soggetto si addormenta per la forte dose di sonnifero e nei minuti successivi con il paziente che non percepisce nulla avviene l’arresto cardiaco per via del cloruro di potassio.

Partendo dalla somministrazione di farmaci fino all’interruzione della vita possono passare poco più di dieci – quindici minuti. L’eutanasia attiva consiste nel determinare o accelerare la morte del paziente mediante il diretto intervento del medico che, somministrando farmaci letali al paziente ne accelera il decesso. A differenza del suicidio assistito la figura del medico è parte attiva all’atto di suicidio.

L’eutanasia passiva comprende l’interruzione di terapie considerate inutili per il seguente stato del paziente. Molto simile è la scelta di non volere l’accanimento terapeutico, ovvero la pratica di continuare le cure del paziente che si rivelano sproporzionate rispetto al vero obbiettivo, e cioè la semplice guarigione e non il cercare in tutti i modi di tenerlo in vita.

Alcuni Paesi attuano l’eutanasia passiva in cui un paziente conscio della reale situazione del proprio decorso clinico e, consapevole della non possibilità di guarigione, accetta di porvi fine interrompendo le terapie. Tre piccoli concetti, tre piccoli diritti per la libertà di scelta, tre possibilità per mantenere la dignità personale della propria esistenza.

L’Italia, però, continua a girarsi dall’altra parte non rispettando la libera di scelta dei propri cittadini, anzi, come un bastone in mezzo alle ruote continua nella sua lotta alla “salvezza della vita”. Per poter scegliere come vivere e come morire sono troppi gli italiani che devono farlo fuori dal loro paese, dalla loro casa, lontano dai loro affetti e la scelta più vicina è la Svizzera.

Associazioni come la Dignitas fondata nel 1998 dall’avvocato Ludwing Minelli accompagnano il paziente verso la sua decisione. Dignitas, le cui informazioni in Italia possono essere richieste all’associazione Exit Italia di Torino, accetta richieste di assistenza indipendentemente dalla nazionalità del richiedente e accompagna alla morte non solo quelle persone colpite da gravi malattie fisiche non curabili ma anche coloro che soffrono di malattie mentali incurabili.

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Mattia Magistri

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