Arts & Culture

DAL FEMMINILE NELL’ARTE AL FEMMINILE DELL’ARTE

Per una ricerca sulla specificità - eventuale - dell'arte al femminile

L’incontro con le ricerche e le esperienze del femminismo storico è stato per me piuttosto tardivo. Come molte donne ho percepito la costellazione lessicale della nostra lingua e dei suoi costrutti come fortemente condizionata e sbilanciata a favore del maschile, ho conosciuto e osservato forme di marginalità, esclusione, discriminazione, ho constatato secolari invisibilità – storiche e storiografiche – delle donne sulla scena pubblica.

Ma l’occasione di iniziare a raffinare lo sguardo e sistematizzare il dato esperienziale attraverso lo studio si è data soltanto all’Università, attraverso un corso di Filmologia, tenuto al Dams di Torino da Paolo Bertetto (non c’erano in Facoltà corsi di storia delle donne, né un vero e proprio dipartimento di studi di genere). Il cinema, fra le forme d’arte e di intrattenimento, è quella che con più evidenza si fonda sul piacere di guardare.

Oggetto di analisi del corso era il noir, stile o genere del cinema narrativo classico diffuso a partire dagli anni Quaranta negli Stati Uniti che, nella sua articolazione a forti contrasti, segnata dalla seduzione dell’oscuro, pone importanti interrogativi: chi è il soggetto dello sguardo? Chi il destinatario della visione? Chi l’oggetto del desiderio? A dotare di adeguati strumenti interpretativi è uno spazio di indagine – la Feminist Film Theory – che dagli anni Settanta studia il rapporto fra narrazione e piacere visivo, fra rappresentazione e differenza sessuale, con l’obiettivo di analizzare gli immaginari che il cinema hollywoodiano veicolava con tanta maestria e potere fascinatorio.

Quale che sia l’ambito disciplinare da cui li si accosta, gli studi di genere concorrono a illuminare i secolari e fondativi meccanismi di costruzione ed esercizio di un ordine simbolico e sociale di tipo maschile, sedimentato e proposto come neutro e universale, con pochissime eccezioni, fra le quali lo psichiatra e psicanalista junghiano Eugenio Torre annovera il modello proposto dalla cultura ebraica, che considera il femminile come guida spirituale e concreta (“Dio conta le lacrime delle donne”, testimonia il Talmud).

“In sintonia con i versi di Eugenio Montale Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale – considera Torre – ritengo che, per certe professioni, come la medicina e la terapia, è la parte femminile quella cui dobbiamo lasciare la guida per comprendere e compatire. È la funzione sentimento (nella definizionde di Jung) quella che conta, e ci permette di attribuire valore al dentro e al fuori di noi, ed è appannaggio del femminile”.

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Veronica Montanino – La stanza dei giochi la ludoteca di Metropoliz – © G. de Finis

Venire a contatto con il progetto romano Per una ricerca sulla specificità – eventuale – dell’arte al femminile della storica dell’arte Anna Maria Panzera, dell’artista Veronica Montanino e dell’antropologo Giorgio de Finis, ha riportato luce su una ricerca e un mio progetto di tesi di laurea in semiotica, L’enunciazione ha un genere?, che nel 2003 non aveva trovato interlocuzione, per dichiarata incompetenza dei docenti interpellati.

“Quando proposi questo progetto all’Università mi dissero che ero fuori tempo, che non esisteva più un problema dell’arte femminile” racconta, dal canto suo, Anna Maria Panzera. “Capii che l’idea doveva essere davvero buona, per aver ricevuto un’opposizione così cieca e inconsistente”. Il mio progetto di tesi finì col confluire, nel 2011, nel programma di ricerca.

In genere, sviluppato con l’artista Francesca Macrì in Brasile, a Capacete, grazie al sostegno di Resò. Anche il progetto di Anna Maria Panzera e Veronica Montanino deve un’importante fase del suo sviluppo a un “altrove”, a un razzo puntato verso la luna, dotato di stanze dei giochi e di un telescopio: il MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove in via Prenestina 913 a Roma, nato su iniziativa di Giorgio de Finis e ricco di interventi artistici femminili spontanei.

“Di là dalla presenza femminile materiale, il mio pallino era che ci fosse qualcosa di femminile nel MAAM stesso” racconta Veronica Montanino.

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Irene Pittatore

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