Arts & Culture

DON’T FORGET SREBRENICA

La memoria è l'unica possibilità per ricordarci di essere ancora esseri umani.

La terra è inquieta a Srebrenica e nei suoi dintorni. Ogni singola zolla che viene ribaltata o scossa è intrisa di sangue che urla vendetta, giustizia. Non c’è pace per quella terra macchiata dall’orrore disumano della guerra. Dal basso delle fosse, che ogni anno vengono scavate nel memoriale di Potočari il giorno della commemorazione durante la celebrazione dei funerali di massa per accogliere finalmente al riposo i defunti e porre fine al lutto di donne, madri, mogli, figlie attraverso la sepoltura dei propri cari, si alza al cielo la voce della terra che urla a Dio.

L’11 luglio 2017 saranno passati 22 anni da quel giorno, giorno in cui la popolazione di Srebrenica fu massacrata a opera dei serbi, e a ogni anno, a ogni commemorazione come un marchio indelebile ci ricorda che la comunità internazionale ha fallito. Perché anche se si è tornati a vivere e si cerca di proseguire verso un futuro dove a Srebrenica serbi, bosniaci e tutti coloro che amano la propria terra possano tornare a sorridere, le ferite sono sempre aperte e faticano a richiudersi. I sopravvissuti, i torturati, i familiari dei trucidati, le quasi 50.000 donne, ma anche uomini, stuprati non possono ancora trovare giustizia, e il negarla ancora e ancora significa tenere aperto il capitolo del dolore.

Questa mancanza di giustizia fa si che ancora oggi molti non siano stati condannati – è stato calcolato che i sospettati di guerra che dovrebbero rispondere a qualche tribunale siano almeno sedicimila – e che ogni giorno vittime e carnefici, alcuni di questi visti come eroi nazionali si ritrovino a incrociarsi per le strade. Non è raro che ex poliziotti o poliziotti in servizio nella Repubblica Serba di Bosnia siano accusati di aver partecipato al genocidio di Srebrenica. Bilijana Plavšić ex presidentessa della Repubblica Serba di Bosnia, ex docente di biologia, è stata una dei biologi, psichiatri e psicologi che cercarono di fornire basi teoriche e scientifiche riguardo al massacro dei bosniaci musulmani.

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© Benya Acame
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© Benya Acame

Nel 2016 furono 127 le esumazioni interrate nel grande memoriale di Potočari che sorge a circa cinque chilometri da Srebrenica. Un luogo di silenzio e dolore con tutte quelle steli bianche a ricordarci altri memoriali di guerre passate. La popolazione sarebbe anche pronta a riunificarsi e collaborare ma i politici e i criminali preferiscono tenere i cattivi rapporti in modo da poter prosperare a danno dei cittadini onesti. Nel 2005 alcuni estremisti serbi nascosero delle bombe, poi disinnescate dai poliziotti, per farle scoppiare nel giorno della commemorazione. La pacificazione era, ed è, ancora lontana, se ancora oggi gli ultranazionalisti serbi ti alzano le tre dita: pollice, indice e medio nel loro deviato credo della trinità. Ma che agli occhi degli altri rappresentano fede, patria e zar. Nella loro concezione laddove c’è un serbo quella è la Serbia, e questo credo si deve raggiungere con tutti i mezzi, pure col genocidio.

Questa nazionalità deviata ci rivela che il morbo che afflisse l’Europa nazista è ancora vivo e tra noi. Su un blocco di marmo del memoriale c’è un numero 8.372… quei puntini di sospensione scavati nella pietra accanto a quel numero ci ricordano che non è finita, che c’è ancora da scavare. Oggi si ha la certezza che siano quasi 10.000 le vittime, ma i superstiti affermano che il numero è esattamente 10.701. Quella foresta di steli lineari è interrotta da una sola croce di un cattolico di nome Hren (Aleksandar) Rudolf. Nato a Vrbas in Serbia nel 1960, si era trasferito col fratello per lavoro a Srebrenica e lì decise di aiutare a difendere la città. Ucciso dai suoi stessi connazionali e ritrovato il corpo, la famiglia ha deciso che doveva essere sepolto insieme alla gente con cui aveva condiviso la sorte.

Nessuna pietà nemmeno nei confronti di un proprio connazionale da parte di quella guerriglia reclutata dal peggio di Belgrado. Belve e figli del diavolo accecate da un odio e una voglia di sadismo che andavano oltre la guerra. Questi paramilitari presi spesso dalle tifoserie della Stella Rossa e del Partizan, le due squadre di calcio cittadine e direttamente finanziate dal governo serbo di Slobodan Milošević o nelle carceri, erano la feccia della delinquenza e erano assoldati per stuprare, rubare, massacrare, torturare, uccidere.

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© Natalia Dobryszycka
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© Natalia Dobryszycka
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© Natalia Dobryszycka

Ma per arrivare all’apoteosi in cui sfociò la tragedia di Srebrenica bisogna andare indietro nel tempo: In Bosnia Erzegovina già dal maggio al giugno del 1992, circa 3.000 musulmani vennero sgozzati e buttati dal famoso ponte di Višegrad nelle acque azzurre del fiume Drina tingendolo di rosso e rendendolo uno delle più grandi fosse comuni della guerra tra il 1992 1995. Irfanka Pašagić, psichiatra e fondatrice di Tuzlanska Amica ricorda come da subito capì che la guerra sarebbe stata sanguinosa, quando alcuni teppisti locali uccisero il cane, unico amico e compagno di giochi di due fratelli emofiliaci.

Foto di Benya Acame e Natalia Dobryszycka

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Andrew Coleman

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