Arts & Culture

BRUCE LABRUCE

Tra porn-art e cultura.

Nella costruzione della cultura, possiamo intravedere messaggi nascosti di come il pene sia raffigurato in maniera simbolica. Non c’è attrezzo o arma che non copi sotto qualche aspetto la forma, il meccanismo o la funzione del pene, non c’è pietra eretta, menhir, stele, obelisco, torre (esplicitamente chiamato maschio)che non parli del pene nella simbologia. Da strumenti augurali di fertilità e fortuna a mezzo di intimidazione del nemico, rimane il fatto che la presenza di simboli penici, sia come testimonianza di mete da conquistare o di costruzioni importanti e al tempo stesso della vittoria e della oggettivazione che l’uomo fa dello sforzo e sempre a rischio del fallimento.

Tutti gli oggetti composti da una parte che penetra e una che viene penetrata vengono ancora oggi abitualmente chiamati “maschio” e “femmina”. Anche l’acciarino è formato da una parte di maschio che sfrega e femmina che viene sfregata nella supposizione del movimento dello sfregare esattamente come nella funzione del pene.

L’agitare una bottiglia e far schizzare lo spumante in caso di vittoria è un’imitazione del pene. Schizzare, colpire un bersaglio. È certo di come il maschio quando deve orinare cerca sempre un punto, un albero, un muro dove gettare l’orina. Colpire un bersaglio è stato un punto fondamentale per la formazione del concetto di oggetto.

Il bersaglio, in quanto esterno e l’altro, il non-me da sottomettere. È chiaro come sia stato l’uomo a costruire la cultura attraverso la simbologia del pene ponendolo come soggetto. L’uomo, la donna, il pene, la vagina sono ovunque nella collettività costituita.Tutto richiama questa dualità maschio femmina e che la società cerca di celare e nascondere. Viviamo circondati dalla pornografia, la vita stessa e pornografica e non ce ne rendiamo più conto.

Bruce LaBruce, scrittore, fotografo, sceneggiatore, regista, è sicuramente tra i più spigliati e iconici rappresentanti della cinematografia LGBT , la cui carriera si è messa in sfida in un’epoca in cui l’omosessualità risentiva della crisi dell’AIDS. Mescolando le tecniche e il linguaggio del cinema indipendente con la pornografia, le sue opere mutano gli stereotipi socio-culturali, rappresentando una forma di lotta politico-culturale.

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No skin off my ass, Bruce LaBruce, 1991

Bruce LaBruce con i suoi lavori è riuscito a scardinare quei limiti nel linguaggio pornografico in un’epoca in cui si suppone la si accetti come una realtà e attraverso la cinepresa ha dato vita a un’immagine poetica ed estrema allo stesso tempo, di una cultura queer e underground che viene osservata con curiosità dal cinema mainstream.

Attivo dagli anni ’80, LaBruce inizia la sua carriera producendo una rivista indipendente e basata su un’estetica feticista. JD’s porta alla luce tutta quella scena underground punk canadese mettendone in discussione la componente omofoba e misogina della stessa corrente nichilista. Nel contempo inizia a fare dei cortometraggi Super-8 in modo del tutto naturale in quanto Bruce studia critica cinematografica all’università.

Dai primi lavori fino a veri propri lungometraggi, sia per un pubblico di nicchia come Skin Flick che per uno più ampio come Gerontophilia, la sua produzione cinematografica è una critica violenta messa in atto nei confronti della cosiddetta società civile traducendosi in un cinema estremo che non si ammorbidisce verso lo spettatore. Il suo cinema coraggiosamente sempre in low budget, anche se all’apparenza più sembrare disturbante, eccessivo, scabroso, è dotato di fondamenta solide nell’affrontare le tematiche sociali e che solo uno sguardo più attento ne rivelerà i contenuti nascosti. L.A.zombie è una metafora della vita e della sessualità contemporanea nelle nuove forme di sesso pubblico.

Fare del sesso anonimo in un parco o anche in uno stabilimento balneare con uno sconosciuto, in pratica è come avere rapporti sessuali con uno zombie, ma non è qualcosa di per forza negativo poiché ci si libera dai vincoli emotivi e dai comportamenti sessuali ritenuti normali. Dai richiami all’arte ai rimandi ad autori famosi, la ricerca poetica, estetica e comunicativa di LaBruce, sembra condividere un comune sguardo su un’America critica, della marginalità degli individui e della solitudine che li avvolge. Di quelle persone i cui diritti civili vengono calpestati che vanno contro il buon senso e sfidano il pensiero dominante diventando una minaccia.

La stessa ricerca poetica dei temi del feticismo e dell’esibizionismo la si ritrova nel lavoro fotografico capace di capitalizzare la ricca capacità di allegoria di genere per costruire temi di repressione sessuale e alienazione nella società capitalistica moderna. L’ultimo suo lavoro The Misandrists, racconta di un gruppo terroristico femminista in cui la parità dei diritti delle donne è ancora lontano e lacerato, e oggi più che mai in un mondo che sembra ricadere nell’ombra maschilista del potere relegando un’altra volta la donna a uso e consumo di esso c’è sempre più bisogno di riaffermazione della vagina come identità a se stante e coalizzante al pene.

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© Raul Hidalgo

Hai creato assieme a G. B. Jones la rivista punk, «J.D.s», che segna l’inizio del movimento ‘queercore’. Come è nata e quanto ha influenzato secondo te il mondo punk ?

J.D.s era una strana rivista indipendente punk che G.B. Jones e io abbiamo co-curato alla fine degli anni ottanta e primi anni novanta. Ero disilluso dal mondo accademico, così ho iniziato a bazzicare nella scena artistica e punk di Toronto facendo una rivista indipendente e brevi film sperimentali. Mi ero alienato dal mondo gay che già nella metà degli anni ottanta era diventato convenzionale, borghese e aperto a tutti. Ma io e le mie amiche punk eravamo anche sconvolti dalla misoginia e omofobia della scena punk. Così abbiamo iniziato a fare riviste indipendenti e i film Super 8 palesemente omosessuali con pornografia gay, nudità e immagini di bondage gay declinato a un’estetica punk. Facevamo ubriacare ragazzi punk eterosessuali per poi fare foto di loro nudi e pubblicarle sulla nostra rivista homo. J.D.s è stata una delle principali riviste indipendenti che hanno forgiato il movimento Queercore, ed è diventato un culto che esiste ancora oggi.

Sei regista, scrittore e fotografo, come ti relazioni con questi diversi modi di espressione?

All’inizio, in università volevo diventare un critico cinematografico, non mi aspettavo certo di diventare un regista vero e proprio. Ho iniziato come scrittore e continuo ancora oggi a scrivere critica cinematografica per un sito web chiamato thetalkhouse.com. Ma all’università avevo anche seguito dei corsi di produzione e di fotografia per film, arrivando poi a fare dei film sperimentali. Quando iniziai la mia rivista indipendente JDs, volevo fare tutto: scrivere articoli, opinioni o manifesti, scattare le fotografie, occuparmi del lay-out e del design, ecc. Quindi ho sempre incluso regia, scrittura (scrivo anche tutti i miei film), e la fotografia nel mio lavoro. Ho sempre fatto fotografie dei set dei miei film da utilizzare per la promozione e la pubblicità. Ho anche fatto un sacco di ritratti di moda e foto pornografiche per riviste. Ma tutto viene dallo stesso punto, dalla stessa spinta creativa.

Da cosa è influenzata la tua arte?

Sono cresciuto in un’epoca di rivoluzione omosessuale, di attivismo gay e dell’AIDS. La sessualità era il motore del movimento di liberazione gay, e come molti uomini omosessuali, ho incanalato un sacco di rabbia, creatività ed energia politica attraverso una pratica sessuale vorace, militante. Ho vissuto sotto l’ombra dell’AIDS quando era una condanna a morte, quindi il mio lavoro riflette tutta quell’angoscia, paura e rabbia. Ma io sono sempre stato soprattutto un cinefilo è sono stato influenzato dai grandi registi degli anni settanta come Altman, Cassavetes, Frank Perry, Fassbinder, Godard, Agnes Varda. Ma ho anche lavorato secondo la tradizione dei grandi registi avat-guardisti come Genet, Anger, Jack Smith, Warhol e Paul Morrissey, Wakefield Poole, Peter de Rome, John Waters, James Bidgood, etc.
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The revolution is my boyfriend, Bruce LaBruce, 2005

Quando hai iniziato a capire che col cinema potevi esprimere te stesso?

I miei primi film sperimentali in Super 8 erano un’espressione pura e molto personale dei miei sentimenti, politica, estetica, stile e della mia sessualità. Ho iniziato documentando me e i miei amici, mettendo in mostra di fronte alla telecamera la nostra vita inclusa quella sessuale. Questo era quanto di più personale si potesse ottenere!

Con quali criteri scegli gli attori per i tuoi film e che rapporto si instaura con essi?

Ho fatto diversi tipi di film, per cui i casting variano da un film all’altro. Nei miei primi film ho usato unicamente persone che conoscevo, amici, persone che incontravo nei bar e nei club. Poi con l’avvento di Internet ho iniziato a fare i casting cercando le persone sui social media. Ho scritturato il protagonista maschile del mio film Otto o Up with Dead People da MySpace. Ho spesso adoperato un mix di attori e non attori nei miei film, ho anche fatto una serie di film porno lavorando con un sacco di porno star e qualche volta uso anche delle modelle! Ultimamente nei film che ho fatto come Gerontofilia e The Misandrists, ho lavorato di più con attori professionisti scritturati attraverso le agenzie di casting ma non esclusivamente.
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Super 8 ½, Bruce LaBruce

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Agnese Pagani

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