Arts & Culture

I FIGLI INVISIBILI DELLA BIELORUSSIA

Dimenticati dalla loro terra.

Mi sforzo di saper cosa dire. Lida, una ragazza epilettica di 18 anni è stata mandata qui dopo che suo padre si è ucciso e sua madre non è più riuscita a prendersi cura di lei. Mi sta parlando di bambini. Quanto li ama. Ma è triste. Mi dice che non ne potrà avere. Ecco quello che le hanno detto. Che a causa della sua malattia non potrà avere bambini. Dopo una crisi è stata portata in ospedale e ha incontrato un ragazzo a cui piaceva. Ma non gli è stato permesso di vederla ed ora è tornata qui. È la normalità.

Penso ai favolosi casi di cura e di senso di comunità che ho assistito. Delle donne con la sindrome di Down che accudiscono gli infanti e nei loro occhi l’amore. A quanto pare, non sono abbastanza competenti per vivere una vita all’esterno. Ma sono abbastanza sufficienti per assumere qui una posizione di autorità. I loro sentimenti materni sono utili quando rappresentano il lavoro libero.

Eppure il sogno di Lida è infranto perché è inconveniente. Penso a quelli che ho visto lavorare nei campi, senza essere pagati, naturalmente. Mentre il lavoro può essere salutare, la situazione è perversa: troppo anormali per vivere con il resto di noi, ma abbastanza capaci per coltivare e raccogliere cibo. Penso di mettere in dubbio Lida, di dirle che non dovrebbe stare qui, che potrebbe avere dei figli suoi. Ma non posso offrirgli una via d’uscita e mi preoccupo che le mie parole le causino dolore. Il mio silenzio, quindi, forse afferma quello che le è stato detto: che è diversa.

Jadwiga Brontē

1 I FIGLI INVISIBILI DELLA BIELORUSSIA

"Radiation is Invisible" Bielorussia - 2016

Distretto di Gomel, nella Bielorussia meridionale. La radiazione è invisibile, tuttavia le conseguenze sono visibili ancora oggi. Numerosi internats sono situati in zone molto remote e in prossimità di luoghi contaminati. Non vedo, non sento, non parlo.

10 I FIGLI INVISIBILI DELLA BIELORUSSIA

"Sveta" Bielorussia 2015

Le conseguenze di Chernobyl non sono ancora passate. Ogni anno nascono bambini con carenze intellettuali e fisiche causate dal disastro del 1986. Non è facile collegare direttamente casi particolari con le radiazioni. Le statistiche sono le prove maggiori. Ho sviluppato un forte legame con Sveta. Una ragazza incredibilmente eloquente, lei è estremamente sicura di sé quando la si guarda. Non avrebbe mai perso la possibilità di farsi un selfie con me ogni volta che ce n’era l’occasione. Sveta non ha parlato fino hai cinque anni. Sono state necessarie delle operazioni per riparare la spaccatura nel palato, e ancora oggi parla con blesità. Un lavoratore delle ONG mi ha detto che il suo occhio destro è potenzialmente e pienamente funzionale e che il viso, gli occhi e la vista possono essere completamente risanati dopo trenta operazioni costose e dolorose. Anche se Sveta decidesse di fare le operazioni – cosa che sarebbe mentalmente in grado di fare – è impossibile che tali procedure vengano finanziate dallo Stato.

Ci sono luoghi che ci ricordano che l’inferno è in questo mondo, abitati da anime che vagano su quella terra e diavoli che le torturano come nel quadro di Hyronimus Bosh. Luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato. Cernobyld più di trent’anni fa ha sparso il suo veleno sulle terre dell’est contaminando la flora, la fauna, la popolazione. Il suo spettro è ancora vivo e mostra ancora oggi la sua presenza in quel disastro avvenuto nella centrale nucleare ucraina.

Il reattore che esplose si trovava a circa 16 chilometri dal confine bielorusso e lo stato fu il più colpito insieme alla stessa Ucraina dalle radiazioni. Si calcola che il 70 per cento degli effetti negativi si fecero sentire proprio in Bielorussia. Il fantasma del disastro come un enorme morte che soffia il suo alito su quelle terre si aggira ancora tra la popolazione. E quei luoghi colpiti vivono come ferme nel tempo, in un standby forzato in attesa di qualcosa che li ridesti ma che non si sa nemmeno bene cosa sia.

Testimoni di questa epidemia non arginata sono il gran numero di persone che negli ultimi vent’anni sono state internate all’interno di istituti per problemi di sviluppo fisico e mentale a causa della loro esposizione prenatale. La fotografa e giornalista polacca Jadwiga Brontē ha investigato e documentato con ‘The invisible people of Belarus’ la vita degli internats in quelle terre con ferite non ancora guarite, e che non fanno che ricordare alla popolazione che il disastro è ancora tra loro.

Una serie di scatti che raccontano la vite di tutte quelle persone che vivono segregate e nascoste dietro strutture governative rifiutate dalle famiglie e dalla società. A metà tra un orfanotrofio, un asilo e uno ospizio, la disabilità viene ancora percepita come una colpa in Bielorussia, soprattutto se è evidente la cicatrice del disastro nucleare impresso nei volti e nelle menti che ne marchia i soggetti.

Down, epilettici, persone con problemi cerebrali, sieropositivi, ciechi, sordi, autismo, persone sfigurate e coloro che hanno bisogno di particolari esigenze educative. Tutti coloro che non rispecchiano i canoni di una società impeccabile e ordinata è meglio dimenticarsi della loro esistenza. Queste persone vivono in situazioni assurde e disumane, agli internats viene dedicata pochissima terapia fisica o educativa, poche attività ricreative, manca del tutto il diritto alla privacy personale, nessun contatto sentimentale tra coloro che risiedono in questi luoghi.

4 I FIGLI INVISIBILI DELLA BIELORUSSIA

"Free Labour" Bielorussia - 2015

Ira e Lena, due residenti che lavorano in un campo. Alcuni internats sono in parte autonomi. I pazienti sono obbligati a lavorare nei campi, pulire e cucinare. Sebbene il lavoro – compresa l’agricoltura e il lavoro cooperativo di pulizia – ha effetti positivi fisico e sociali sulla loro vita, è ampiamente riconosciuto sia dal personale degli internat che dai lavoratori delle ONG che questo tipo di lavori viene svolto dagli internati a causa di scarsi fondi da parte del governo.
6 I FIGLI INVISIBILI DELLA BIELORUSSIA

"Lyosha" Bielorussia - 2015

Questo ragazzo autistico è molto attivo e agitato, ma di fronte a una telecamera si è calmato immediatamente. Amava la luce del flash e rimaneva perfettamente in posa finché non scattavo.

Gli si da la possibilità di lavorare ma solo nei campi dell’istituto e comunque sfruttati e non pagati. L’integrazione all’interno della comunità locale è praticamente inesistente. Recintati o murati, questa separazione dal resto del mondo è la metafora del pensiero bielorusso in fattore di disabilità: inaccettabile è meglio che rimanga chiuso. Coloro che sono indicati come malati lievi, hanno la possibilità qualche volta di poter uscire e partire quando i volontari internazionali occasionalmente organizzano un viaggio, per tutti gli altri l’istituto diventa la loro casa, la loro vita, la loro tomba.

Altro fattore debilitante alla condivisione sociale tra internati e società è anche la locazione di questi luoghi, situati in zone rurali a distanza di ore di macchina e quasi senza nessun collegamento coi mezzi pubblici, sono un’ulteriore barriera per le famiglie che vorrebbero rimanere in contatto e poter visitare i propri cari. Molte persone passano qui tutta la loro vita, dimenticati e nascosti al pubblico.

Alcuni bielorussi non sono a conoscenza di queste strutture, nonostante le decine di migliaia di pazienti internati e che spesso vengono consegnati al governo dalle loro famiglie appena nati per paura di essere discriminati e giudicati. Dimenticati e emarginati da tutti, si sono costruiti un proprio mondo familiare con proprie relazioni per sopravvivere all’interno di quei luoghi che rappresentano degli inferni in terra.

13 I FIGLI INVISIBILI DELLA BIELORUSSIA

"Maria" Bielorussia - 2015

I simboli religiosi decorano e sono molto popolari negli internats della Bielorussia.

18 I FIGLI INVISIBILI DELLA BIELORUSSIA

"Pink balloon" Bielorussia - 2015

È molto interessante vedere ciò che i residenti scelgono per essere fotografati. La loro cooperazione è fondamentale per decidere come vorrebbero essere rappresentati. Avere una TV è un lusso per alcuni e qualcosa di cui esserne fieri.

Nel documentario di Jadwiga si scorge tutta l’esistenza di quelle persone e della tenerezza dei loro rapporti nati all’interno degli istituti. Delle famiglie che si sono venute a creare, al supporto affettivo di tutta la fragilità dei sentimenti, delle emozioni e delle sofferenze nate in quel mondo chiuso alla vista degli altri e da parte di un governo con ancora una mentalità sovietica.

La Bielorussia rimane l’ultima dittatura in Europa, dove la gente teme ancora l’occhio vigile del KGB. Questo è un luogo dove il presidente Alexander Lukashenko, è visto e temuto come Dio. Quando si cammina per le strade della capitale, Minsk, si potrebbe facilmente pensare di essere su un set cinematografico. Le strade sono immacolate, l’erba è perfettamente tagliata, l’architettura è sfarzosa e moderna chiedendosi cosa potrebbe nascondersi dietro quella facciata.

Dopotutto, la Bielorussia è l’unico paese in Europa che non è membro del Consiglio d’Europa, con organizzazioni che promuovono l’adesione ai diritti umani e alla democrazia. È un luogo in cui lo Stato diffonde un concetto particolarmente sovietico che il suo potere non deve essere sfidato; che la burocrazia governativa con tutti i suoi evidenti difetti è immutabile.

Gli internats sono l’esempio lampante di una mentalità che credevamo sepolta sotto la coltre di polvere della storia del pensiero di una società indottrinata su stereotipi e pregiudizi. Queste persone rischiano di restare invisibili, come se non fossero mai esistite e solo le fotografie di Jadwiga potrebbero essere l’unica prova per dare un corpo, un volto e una presenza viva alle loro esistenze.

Foto e didascalie che accompagnano le immagini di Jadwiga Brontē

La lettura continua

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Andrew Coleman

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