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Pietro Sedda

Chiamarlo tatuatore è quantomai limitativo

Chiamarlo tatuatore è quantomai limitativo. Pietro Sedda è un personaggio istrionico, affascinante, a tratti schivo, che è stato capace di costruire uno studio che assomiglia più a un mausoleo e una fama, nazionale e non solo, che lo consacra ai massimi livelli dell’arte del tattoo. Il suo tratto è facilmente riconoscibile: chi può vantare una suo opera d’arte impressa nelle pelle può allo stesso tempo gloriarsi del fatto che sia stato l’artista stesso a darle vita, secondo l’intuizione della sua mente complessa e immaginifica.

Entrare nello studio-laboratorio-galleria in via Tenca, a Milano, è un’esperienza che andrebbe fatta a prescindere dalla volontà di tatuarsi. Oggetti provenienti da ogni dove, che denotano un alto gusto estetico, raccontano la personalità di questo artista formatosi all’Accademia di Brera che ha iniziato la sua carriera con l’arredamento di interni per poi approdare ai tatuaggi. Ma non solo. Oltre all’arte del tatuaggio su pelle, Pietro Sedda collabora con vari marchi e aziende in qualità di artista visivo. Per il salone milanese GUM ha disegnato il packaging in edizione limitata di alcuni prodotti per la cura della barba, di cui è un fiero portatore.

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Milanese d’adozione, sardo d’origine, quanto la tua terra e le sue tradizioni hanno influito nel tuo lavoro?

Direi tanto quanto qualsiasi altra fonte d’ispirazione, che possa aver trovato sui libri di scuola, al cinema, in un museo o durante un viaggio.

Il tuo studio assomiglia a una wunderkammer, foto d’altri tempi si mescolano a oggetti curiosi e religiosi. C’è un fil rouge estetico nella scelta o è casuale?

La scelta è casuale. Mi piace accostare sacro e profano.

Quanto l’estetica religiosa cattolica ha influito sul tuo gusto artistico? I Baustelle nella loro canzone Panico cantano “come santi sebastiani come bestie sugli altari”… si può accostare il dolore del tatuaggio al dolore delle immagini sacre che abbondano nelle chiese?

Detesto i Baustelle.

Viaggi molto?

Si.

Gli studi di scenografia all’Accademia di belle arti di Brera ti sono stati d’aiuto nel lavoro di tatuatore o d’artista?

Mi sono stati utili a livello di formazione culturale, estetica e disciplinare in generale.

Chi sono i tuoi modelli di riferimento, nell’arte, nella letteratura, nella musica e quanto influiscono sul tuo stile di vita?

I miei modelli di riferimento cambiano in continuazione; sono famelico.

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Quando sei diventato Pietro Sedda il tatuatore? Cosa ti ha fatto innamorare del tuo lavoro?

Parecchi anni fa, quando ho avuto bisogno di pagarmi affitto e bollette.

Il tuo stile è particolare e riconoscibile in tutto il mondo. Da cosa prendi ispirazione e come lo definiresti?

Prendo ispirazione dal mondo del cinema d’epoca, dalle arti visive, dalla moda e dai viaggi che faccio.

Chi viene a tatuarsi nel tuo studio?

La clientela è varia, non c’è una tipologia precisa. Deve crearsi l’empatia fra cliente e tatuatore.

Come decidi il tatuaggio da fare su una persona? Si legge in giro che sia tu a decidere cosa tatuare a priori. Cerchi di ascoltare le storie di chi hai davanti per farti un’idea o procedi a sensazioni?

Le richieste vengono sempre prese in considerazione, ma cerco di portare avanti il mio lavoro in modo che sia stimolante anche per me, dal punto di vista creativo.

Riesci sempre a trasportare sulla pelle l’idea che ti eri immaginato?

Non sempre è possibile, dipende dalla disponibilità del cliente.

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Finito il tatuaggio, che sensazioni ti dà il vedere un tuo disegno finito sul corpo magari di uno sconosciuto e sapere che la tua opera andrà via con lui?

Nessuna in particolare. A volte mi piace rivedere alcuni lavori fatti tempo addietro, quando i clienti tornano a tatuarsi.

Leonardo diceva che i quadri non vanno finiti ma vanno abbandonati. La tua continua evoluzione artistica ti ha portato da tatuaggi policromi a sempre più neri, puoi descriverci questo tuo percorso?

In questo periodo sto lavorando prevalentemente con il nero, perché considero il colore un eccesso d’informazione. Mi piace l’idea di eliminare il superfluo.

Hai una particolare predilezione per i cetacei? Ne hai tatuati molti e ne hai anche uno appeso sul soffitto dello studio. C’è qualche particolare significato dietro o filosofia di vita?

In verità non c’è alcun legame intrinseco con tale soggetto. Alla gente piace.

L’attività che consideri puramente artistica e che quindi esula dalla tua attività di tatuatore in cosa consiste? Riescono a convivere tra di loro queste realtà o preferisci tenerle separate?

Mi sono costruito un lavoro ove gli interessi personali confluiscano in un mestiere, per poter trovare soddisfazione in quello che faccio. Per lo stesso motivo cerco sempre di fare ricerca e rinnovarmi costantemente. Esistono anche progetti collaterali dove esprimo la mia creatività in altri settori, con incursioni nel mondo della pittura o del design.

Sei mai stato criticato per il tuo lavoro?

Sempre.

La crisi ha visto un proliferare di persone che si sono inventate fotografi, dj, fashion blogger, artisti e tatuatori. Cosa ne pensi di quelli che si accostano al tuo lavoro senza magari avere le basi del disegno?

La cosa mi mette tristezza.

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Per la serie “impara l’arte e mettila da parte”… ma mettila proprio da parte, chiusa in un cassetto e non farla uscire… sei d’accordo?

A cosa servirebbe? No.

Temi che il tuo tatuaggio possa diventare di moda?

Lo è già, come andare a comprarsi un paio di Jeans.

“Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, tu con chi andresti e perché?

Con gli amici fuori a cena?

Progetti futuri?

Il futuro è un’entità sconosciuta, che non ci è dato di conoscere, dunque, non esiste.

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Rachel Green

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