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Alberto Bresci

È l'inventore della parola, del concetto e della filosofia del luxury sportswear Made in Italy, Alberto Bresci ha dato vita a Hydrogen.

Io da piccolo disegnavo auto. Sì, auto! Volevo diventare un disegnatore della Porsche e il mio sogno era lavorare in Formula1. Motorsport e tennis sono da sempre due mie grandi passioni e nel tennis ho anche investito molto, gli ho dedicato gran parte della mia vita, arrivando anche a livelli agonistici, poi infortuni, eventi, circostanze, forse non ero nemmeno pronto, ero piccolo, so che è andata bene così però! Oggi, sponsorizzo un campione di tennis come Bolelli. Quando gioca mi sembra di essere in campo con lui.

Alberto, come inizia la sua avventura, come nasce hydrogen?

Vivevo in Inghilterra da anni, frequentavo l’ European Business School di Londra. Avevo molti amici che lavoravano nel Financial District e ovviamente vestivano tutti in modo formale, classico, ma durante il casual friday erano spiazzati e chiedevano sempre a me cosa indossare, poi una sera incontrai Lapo Elkann con il quale frequentavo l’università. Indossava una camicia in denim del nonno, l’avvocato Gianni Agnelli, credo fosse una vecchia Wrangler che però lui rese speciale personalizzandola con un portapenne. Mi piacque così tanto che me la regalò. E da lì… l’intuizione. Hydrogen nasce in ” 3 pezzi “: una camicia, una felpa e un jeans.

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Collezione SS 2016 ©Karel Losenisky

… continui…

Beh, per la camicia come vi dicevo mi ispirai a quella di Agnelli, quindi in denim, effetto extra used e ancora oggi a distanza di anni il modello non ha cambiato nome, è un continuativo ovviamente e si chiama “avvocato”. Il primo jeans che realizzai invece era bianco, taglio asciutto e per quelli cercai di avvicinarmi ad Helmut Lang per cui avevo, ai tempi, una passione smodata.

IO VOGLIO FARE COSE CHE PARLINO, VOGLIO CHE ABBIANO UNA STORIA DIETRO

La felpa invece nacque dalla volontà di ridisegnare, rimodellare, le felpe per la squadra di rugby che allora venivano prodotte da Kappa e dal titolo di un disco in uscita del Buddah Bar di Parigi che adoravo all’epoca, era uno dei locali più belli d’Europa.

Quindi presi Marco Boglione (che aveva appena acquisito Kappa) e parlai con Raymond Visan, proprietario del Buddah Bar Paris, il risultato fu la mia prima felpa in cobranding (con Kappa) con il lettering Chill out in paris, titolo del disco in uscita del Buddah Bar. E lì ho capito! Mi sono detto, voglio fare un marchio che faccia cose che parlino, voglio che ci sia una storia dietro! Così ho continuato.

Hydrogen, nome curioso!

Una parodia tra Diesel e Gas, che erano e sono tutt’ora i brand d’ispirazione per il mondo denim.

Da dove ha preso l’idea del teschio come emblema del marchio?

Il teschio fu anche il mio primo tatuaggio! No, seriamente, capitò che un giorno mi resi conto che i teschi erano ovunque, con diversi sensi, significati, semantiche, ma comunque ovunque. Un input esterno, che però ho fatto mio. L’ho rivisto, rielaborato, ripensato. Lo volevo diverso, inconfondibile, di design. Ecco sì, di design e da lì ho iniziato a disegnarlo, devo dire, non senza fatica! All’inizio ho incontrato resistenze, c’era chi lo trovava un simbolo nefasto, chi aveva paura portasse male, per alcuni era considerato troppo forte.

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Collezione SS 2016 ©Karel Losenisky

L’intuizione vincente?

Fare una collezione casual, tutto sommato sportswear, e decidere, assolutamente controcorrente, di non posizionarla tra i retailer del settore sportivo.

E come andò?

La mia felpa non era una felpa come tante altre: avevo scelto e voluto tessuti altamente pregiati, studiando e ricercando una manifattura adatta a essere indossata anche sotto la giacca, qualcosa di ultra elegante, che potesse essere venduta dunque anche nelle boutique. Quell’“anche” diventò un “solo”, mi ero dato un imperativo! Così partii con la mia borsa contenente i miei prototipi e mi presentai dai clienti. Su 21 che visitai, 20 mi diedero la commessa, ma la più entusiasta, quella che per prima recepì al volo il messaggio fu Rosy Biffi che mi disse: “Molto bene, la voglio! Inizia la fashion week e io ho bisogno di 50 felpe per domani!” . Feci l’impossibile per fargliele avere il giorno seguente e lei mi dedicò una vetrina, io avevo solo 26 anni.

L’ASPETTO DELLE CONTAMINAZIONI PER ME È MOLTO IMPORTANTE!

La storia vuole che hydrogen si distingua per un’idea assolutamente innovativa: Introdusse, per la prima volta, in modo così forte ed assolutistico, il concetto di co-branding tra abbigliamento e marchi di eccellenza. Fu la prima azienda in italia a produrre luxury sportswear con continue limited edition di pezzi da collezione. La più famosa collaborazione, quella più nota, che passerà agli annali, sicuramente è quella con fiat, che segnò poi un’escalation di successi, seguirono poi mv agusta, lotus, wally maxy yacht, automobili lamborghini, alfa romeo, gruppo perfetti. Una scelta coraggiosa, soprattutto come partenza. Non ha mai temuto che si potesse fare confusione? Che l’identità di hydrogen fosse difficile da riconoscere?

No, nessuna paura! L’aspetto delle contaminazioni per me è molto importante. Mi piace l’idea di poter pensare di unire due mondi differenti che non c’entrano l’uno con l’altro. Il mio più importante co-branding fu quello realizzato con Lapo, il quale vedendo le mie felpe mi chiese di realizzarle per la Fiat, e forse sì, all’inizio un po’ di confusione c’è stata, ma è anche vero che questa collaborazione mi ha permesso, di far conoscere Hydrogen rapidamente in tutto il mondo e così poi arrivarono Mv Augusta, Lotus, Automobili Lamborghini, K-Way, Superga, Alfa Romeo e molti altri.

L’idea del “ tutto mio”, del “faccio da solo”, del “non voglio andare in sharing” è qualcosa di tipicamente italiano: la cultura anglosassone e gli anni passati a Londra mi hanno aperto molto la mente, e influito sul modo di vivere e pensare. È bello e importantissimo collaborare, perché solo così si possono offrire idee, cose, prodotti veramente nuovi.

La nostra brand identity oggi è salda, forte e ben collocata e posizionata, siamo uno Sporswear di lusso con la felpa come must imprescindibile da sempre ma che nel tempo è diventato un total look all’insegna dell’alternativa elegante. Una collezione molto ricca: capispalla, camicie, pantaloni e accessori, abbiamo poi inserito anche Hydrogen Womens Collection in collaborazione con Alberto Biani che ha saputo riproporre il nostro life style su una donna contemporanea a cui piace ispirarsi al suo lui.

La sua icona è il suo uomo! La cosa che mi rende più orgoglioso del brand è che ormai Hydrogen è un lifestyle, chi indossa i nostri capi sposa la filosofia del nostro marchio che spazia in più settori: nella musica promuovendo l’Hydrogen Festival che si svolge in estate e che annovera sul palco artisti internazionali del calibro di Lenny Kravitz, Chemical Brothers, Anastacia, James Blunt, Jovanotti, Jamiroquai e molti altri; nel motorsport sponsorizziamo il Racing Team Kessel con Ferrari e la Porsche Cup.

Last but not least Hydrogen Tennis, la nostra linea tecnica di abbigliamento sportivo per il tennis e anche per il tempo libero, che vede come testimonial Simone Bolelli, vincitori degli Australian Open in doppio con Fognini. Insomma un Hydrogen World a tutto tondo.

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Hydrogen Store Padova

Quali sono gli obiettivi futuri?

L’apertura del negozio monomarca di Milano in viale Monte Grappa ha segnato l’inizio dell’espansione globale e abbiamo già all’attivo store a Padova, Tokyo, Seoul, Teipei, Shanghai e nei prossimi anni sono previste molte aperture in Asia e in Cina. Il mercato Giapponese continua ad essere la nostra punta di diamante, lì siamo una griffe del Luxury Sportswear.

Continueremo a lavorare sul brand e sulla contaminazione tra super lusso e artigianalità italiana e casual. Un esempio sono le recenti collaborazioni con Henderson per le scarpe, con Luigi Bianchi Mantova per capispalla e giacche sartoriali e ultimo in ordine temporale con JPLUS con cui abbiamo lanciato la nostra linea di occhiali Hydrogen Eyewear.

Alberto, qual è il suo ritratto di stile?

Ciò che faccio rispecchia esattamente quello che sono. Mi piace molto la consapevolezza di scegliere sempre e comunque per una vita healthy. Star bene con se stessi credo sia davvero la sesta marcia in più… anzi la settima.

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Federica Piacenza

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