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Claudio Luti

Kartell. The (R)evolution of plastic

Design, Kartell. Queste le parole che fanno fiera la metropoli meneghina. Perché quando si pensa a Milano come capitale del design internazionale non si può non accostarne le parole. Un’azienda tutta milanese nata nel 1949 e capitanata da Giulio Castelli e la sua voglia di scoprire e sperimentare nuovi materiali e tecnologie per la produzione di mobili di design, complementi d’arredo e accessori per la casa utilizzando per primi in Europa le materie plastiche. Quello che ci si presenta ai nostri occhi è un’azienda da sempre giovane, divertente e colorata; innovativa per il suo tempo e coraggiosa nella sua missione di portare la “plastica nelle case”.

Così pop, come quelle scatole di fagioli dipinte da Andy Warhol che ne fecero un’icona e un mito della pop art, o per restare in Italia così vicina al concetto dell’arte povera che metteva in polemica l’arte tradizionale, così la kartell è riuscita a sdoganare la sua filosofia sull’uso della plastica: materiale di consumo di massa e per alcuni povero in materiale di valore attraverso la sua valorizzazione nel design disgregando il conformismo estetico che vede il bello solo attraverso un materiale prezioso. Dal 1988 è Claudio Luti ha portare avanti le redini dell’azienda rendendo il marchio internazionale e partecipando attivamente nelle collaborazioni con tutti i designer che hanno firmato un pezzo dell’azienda.

Moderna ieri, oggi e anche domani, la Kartell ha dato il via a una rivoluzione e a un nuovo modo di pensare, creando un nuovo concetto di lifestyle: se dalla sua invenzione nei primi anni del ‘900 la plastica ha permesso a masse sempre più vaste di accedere a consumi prima riservati a pochi privilegiati semplificando un’infinità di gesti quotidiani, la Kartell è riuscita a colorare le case con le sue creazioni, rivoluzionando abitudini consolidate da secoli e contribuendo a creare lo “stile di vita moderno”

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Quando diciamo Kartell subito ci viene alla mente design, plastica e trasparenze. Quando nasce l’azienda e qual è l’origine del nome Kartell?

L’azienda è stata fondata nel 1949 da Giulio Castelli, mio suocero. Sin dalle origini Kartell si avvale di un approccio innovativo per la progettazione dei propri articoli, basato su un felice connubio tra ricerca tecnologica, innovazione nel campo dei materiali plastici e design. Il nome Kartell è di fantasia, ma credo che Giulio Castelli abbia da subito avuto una grande intuizione: creare un brand con una forte vocazione internazionale. Un nome semplice, facile da memorizzare, e di sicuro impatto in tutto il mondo.

Giulio Castelli fondatore dell’azienda le ha passato il testimone nel 1988, di cui lei ne è tuttora presidente e proprietario. Come è stato prendere le redini di questa azienda?

Un’avventura avvincente, stimolante e a tratti anche una sfida. Prima di rilevare Kartell ero amministratore delegato della Gianni Versace. Venendo da un settore completamente diverso dal settore design, avevo una mente “libera”, non condizionata da scuole di pensiero, movimenti, stili definiti. Sicuramente avevo sviluppato una particolare sensibilità in Versace: la centralità del prodotto e da qui la costruzione di un brand con una forte immagine e riconoscibilità.

Quando sono arrivato in Kartell ho trovato di fronte a me un’azienda che aveva incredibili potenziali su entrambi i fronti: know how, tecnologia e cultura del progetto e, in nuce, una comunicazione di marchio da sviluppare. Al contempo, il prodotto in plastica viveva un momento difficile: il percepito di questo materiale era piuttosto basso, stiamo parlando degli anni ‘80 quando tutto era lusso e ostentazione. La mia prima sfida è stata appunto questa, cambiare completamente la percezione del prodotto in materiale plastico, rispettando tuttavia il DNA dell’azienda.

La mia prima “mossa” è stata quella di invitare dei designer di fama già internazionale, come Philippe Starck e poi successivamente Ron Arad, Antonio Citterio, Vico Magistretti (nei primi anni, poi la squadra è cresciuta molto) e chiedere loro di interpretare le nostre tecnologie ribaltando completamente la percezione dell’arredo in plastica. Il primo prodotto firmato da Starck è la sedia Dr.Glob che presenta appunto una serie di cambiamenti radicali rispetto agli altri arredi in plastica di quegli anni: è opaca, ha un touch sensuale, colori pastello, spessore, spigoli netti, è accoppiata all’alluminio verniciato… allora le sedie avevano plastiche lucidi, colori primari, erano sottili e con profili arrotondati.

Da qui è iniziato un lungo processo, durato almeno 10 anni di duro lavoro (dei designer, degli uffici tecnici, dei nostri partner nella produzione) per poter mettere a punto un nuovo catalogo. Oggi, dopo 25 anni, posso ritenermi veramente soddisfatto della collezione che abbiamo creato, unica al mondo.

La Bourgie è sicuramente uno dei progetti più riconosciuti e apprezzati, le linee barocche di una classica lampada vengono rese a un minimalismo essenziale. Kartell da sempre si assume la responsabilità di creare qualcosa di esteticamente bello e funzionale, ma ci sono mai state difficoltà nel portare avanti questa “cultura della plastica”?

In qualche modo dobbiamo sempre combattere contro l’idea che la plastica sia un materiale cheap o semplicemente solo un materiale funzionale, non estetico.

Magari non avviene più in Europa, o negli Stati Uniti, ma in altri mercati come Cina, Brasile, in Medio Oriente (per fare qualche esempio) occorre trasmettere questa cultura della plastica e farla percepire come materia nobile, elegante, glamour. Alcune linee di prodotto sono state sviluppate anche per riflettere questa filosofia della “plastica preziosa”: ad esempio la collezione Precious Kartell è composta da una serie di icone Kartell con una nuova finitura metal oro, argento, rame.

L’effetto estetico è straordinario, il processo di metallizzazione adottato è molto raffinato e contribuisce a rivoluzionare completamente il percepito del materiale plastico. Lo stesso avviene in altre linee di prodotto dove la trasparenza è trattata con alcuni particolari accorgimenti (ad esempio la linea Sparkle di Tokujin Yoshioka): all’interno dello stampo vengono realizzate delle plissettature, in modo tale che la superficie del metacrilato ne esca già decorata. Il risultato è un oggetto trasparente in grado di creare giochi di luce e riflessi, brillando proprio come un oggetto prezioso.

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La linea Ghost è sicuramente un’icona dello stile Kartell, la trasparenza del vetro e la leggerezza del policarbonato. Ma al di là di questa c’è una linea a cui siete particolarmente legati?

Dietro a ogni linea di prodotto c’è un’innovazione importante, un processo di sviluppo, un ragionamento insieme al designer. È difficile fare distinzioni e soprattutto esprimere preferenze. Certamente alcune linee si sono distinte e hanno avuto una risposta di mercato sensazionale, come la seduta Louis Ghost che dal 2002 ad oggi ha venduto più di 2.000.000 di pezzi ed è un’icona del marchio in tutto il mondo. Ma un discorso analogo vale per altri prodotti icona (Mobil, Bourgie, La Marie, Maui, Bubble Club, Bookworm, Masters, solo per citare alcuni prodotti). Personalmente sono legato all’insieme di tutti i prodotti Kartell, al catalogo nella sua interezza, alla forza che esprime, alla sua straordinaria coerenza pur nella diversità delle menti creative che si esprimono negli oltre 150 prodotti.

Quali sono i criteri con cui Kartell sceglie le collaborazioni con i designer?

Parto dal presupposto che si debba instaurare una sintonia profonda, un dialogo continuativo, una comprensione reciproca. Credo che il criterio di fondo sia questo: il designer deve calarsi nel nostro mondo e progettare non per un prodotto fine a se stesso, ma per esprimere una filosofia e tradurla in pratica con un prodotto originale, funzionale e glamour a un tempo. Si inizia ovviamente partendo da un primo progetto, ma l’approccio e il mindset del designer emergono quasi subito, nel modo in cui si pone all’ascolto sin dai primi incontri.

Il designer deve sempre confrontarsi con i fondamentali cambiamenti dovuti al progresso tecnologico e allo sviluppo sociale, riconsiderando il proprio giudizio teorico su scala internazionale e adeguandolo ai requisiti della richiesta del mercato, come si evolve la ricerca sia dei materiali che dello stile?

Non necessariamente. Kartell cerca sempre di mantenere una certa distan za e proporre idee che siano originali, ma durevoli nel tempo. Non assecondiamo per forza le richieste del mercato, piuttosto le anticipiamo, siamo noi a creare nuove icone di stile.

Com’è cambiata la concezione del design nel tempo?

La percezione del design senza tempo è sempre quella di un oggetto che per forma e funzione trascende stili e mode passeggere e riesce a trasformarsi in icona del proprio tempo… eppure a restare sempre attuale, senza tempo.

Quali sono le fasi di progettazione e realizzazione di un oggetto Kartell?

Dipende dal progetto ovviamente. In linea di massima, dopo le preliminari fasi concettuali e creative, avvengono le prime valutazioni con i nostri uffici tecnici e se accendiamo la “green light” per procedere si parte con la prototipazione che di per sé può comportare mesi di lavoro. Una volta approntata la tecnologia giusta, si avvia la produzione. Dalle prime fasi a quest’ultima a volte si impiegano anche 2/3 anni.

Quali sono i paesi dove maggiormente viene esportato il vostro prodotto?

Esportiamo in 140 paesi (il 75% del nostro fatturato viene dall’export), fra i mercati più importanti citerei tutta l’Europa, Stati Uniti, Messico, Brasile, Estremo Oriente (Cina e Giappone). Alcuni paesi del Sud Est Asiatico come Corea, Malesia e Singapore sono molto forti per noi.

Avete mai dovuto adattare la vostra linea ai diversi gusti dei compratori esteri?

Non usiamo questi criteri di valutazione proprio perché i nostri prodotti devono vendere in tutto il mondo, devono parlare un linguaggio cosmopolita e potersi integrare in ogni tipo di ambiente, mischiandosi armoniosamente con oggetti di ogni epoca e stile.

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Nel 1999 viene fondato il museo kartell, dove si racconta la storia dell’azienda e dei suoi prodotti. Come è nata questa idea e perché?

Il museo Kartell è il custode della nostra memoria aziendale ma attesta anche il nostro presente sia attraverso i prodotti, sia attraverso i progetti speciali portati avanti dall’azienda. Il Museo non è solo quanto esposto in oltre 2500 metri quadri (prodotti, prototipi, sketch, video, immagini di campagne pubblicitarie). “Dietro le quinte” esiste una continua attività di archiviazione e catalogazione dell’enorme quantità di materiali inediti e originali che compongono i nostri archivi. Nel 1999 ho pensato che il Museo era il miglior regalo da fare alla Kartell per il suo 50° anniversario: un regalo ai dipendenti, al territorio nel quale si inserisce e anche al mondo.

Aristotele ha cercato di definire il rapporto tra l’artista, l’opera d’arte e chi ne fruisce. Kant aveva dichiarato: “Un oggetto, che piace ai sensi, è percepito come delizioso e provoca interesse nell’esistenza dell’oggetto”. Ma è sempre così per il design? Deve sempre rispettare dei criteri funzionali per la fruizione di chi ne fa uso?

I criteri funzionali sono imprescindibili nel design, come anche la qualità e affidabilità del prodotto. Il punto è che noi diamo questi per scontati e andiamo ben oltre: eleviamo l’oggetto funzionale a icona, lo facciamo diventare un protagonista dal carisma unico e inconfondibile, lo trasformiamo in oggetto di consumo istintivo e di impulso, anche se dura una vita.

Può il rispetto di criteri estetici nel rapporto tra artista, opera d’arte e consumatore entrare in contraddizione con la libertà e l’autonomia dell’artista o designer?

In certi casi può capitare che l’autonomia del designer debba essere “vincolata” e che la sua completa libertà d’espressione debba scendere a patti e arrivare a dei compromessi. Proprio perché il designer non è un artista, è un professionista che mette a disposizione la sua creatività per trasformarla in un oggetto funzionale. E per fare questo deve interfacciarsi con un’azienda e comunque avere sempre in mente il suo fruitore ultimo, la persona.

Cos’è per lei lo stile?

L’espressione della propria personalità e della propria cultura. Si può essere eleganti ma senza stile. La persona che ha stile riesce a uscire dall’anonimato anche grazie a un modo di porsi, di guardare, di parlare, di camminare. È in definitiva una qualità interiore che poi si riflette all’esterno.

 

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Gioele Di Mauro

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