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ALBERTO MICHELON

Animal Factor. A Imperituria Memoria

La morte è un passaggio naturale dell’esistenza. Che lo si accetti o meno siamo tutti destinati a scomparire. Questo passaggio inesorabile a cui nessuno può sfuggire e che nemmeno gli dèi potevano ostacolare la decisione delle Parche, ha creato nel tempo e nelle società tutta una serie di camuffamenti verso quel declino atti a mitigare la dipartita di coloro che ci sono stati vicini.

La tassidermia potremmo considerarla come la branca laica della mummificazione rituale. Il fine ultimo è lo stesso, la conservazione. Ma se nella mummificazione il primo pensiero a cui associamo tale pratica ha dei riscontri religiosi, nella tassidermia il fine ultimo è quasi sempre decorativo o istruttivo, quasi sempre… perché se nei tempi addietro l’uso di questa pratica era riservata alla conservazione zoologica di animali da museo o da trofei di caccia, oggi, con una società che sta cambiando e accumunando gli animali come propri simili, sono molti coloro che si affidano all’esperienza di un tassidermista affinché possa “fermare” il processo temporale del logoramento fisico dei propri animali da compagnia. Dopotutto Albert Schweitzer disse “non mi importa sapere se un animale è capace di ragionare. So solo che è capace di soffrire e per questo lo considero il mio prossimo”.

Alberto Michelon, uno dei pochi tassidermisti in Italia, ci racconta come è avvenuto il suo incontro con questa disciplina e come si è evoluta nel tempo tanto da dare vita a una sua mostra personale dal titolo Inanimus

 

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Quando è nata la passione per la tassidermia?

Non sono diventato un tassidermista spinto dalla passione verso questa disciplina ma al contrario grazie al caso, aiutato anche dalla curiosità. Infatti non conoscevo la tassidermia che ho scoperto solo quando ho iniziato a cercare un argomento valido per la mia tesi di laurea in scienze naturali nel 2004.

In quel periodo avevo conosciuto la conservatrice del museo di zoologia dell’università di Padova che mi aveva invitato a visitare il vecchio gabinetto di scienze. Al museo sono stato catturato dal fascino degli oggetti storici, animali tassidermizzati, scheletri, chimere, parti anatomiche immerse nell’alcol. Elementi immutati e fissati nel tempo come ricordi indelebili di una vita che non smette di vivere, che va oltre la morte…

Dall’imbalsamazione completa fino al restauro di animali già imbalsamati. Quali sono le fasi del lavoro di un tassidermista?

La tassidermia è una disciplina eterogenea. A mio avviso il restauro di animali imbalsamati dovrebbe svolgerlo solo un professionista del mestiere poiché solo egli sa come sono preparati gli animali da museo e solo il tassidermista quindi sa come procedere sulla base delle conoscenze che possiede in materia. Non avrebbe senso soffermarsi ora sulla spiegazione tecnica delle fasi di restauro che seppur interessanti prenderebbero troppo spazio a questa risposta. Che si tratti di animali in pelle, scheletri, vertebrati o invertebrati, insetti, parti di animali miste a oggetti, collezioni in vitro, pelli da studio e quant’altro, il restauro è un terreno sconfinato che necessita conoscenza non solo della materia ma anche dei materiali che sono in continua evoluzione.

La tassidermia vera e propria invece è un altro mondo, una dimensione parallela a quella del restauro. Le conoscenze e gli strumenti sono gli stessi, l’approccio e la tecnica cambiano. Trovarsi di fronte ad un corpo appena morto è diverso dall’avere a che fare con un corpo da restaurare imbalsamato nell’800. La tassidermia presuppone buoni stomaci, conoscenza dell’anatomia, precisione e velocità nei movimenti e visione d’insieme: “è come se ogni volta dovessi fotografare nella mente quell’animale per imprimere nella memoria un suo particolare modo di essere, un dettaglio inconfutabile della sua natura”.

Ogni animale ha una sua particolarità che deve essere scoperta dal tassidermista. Si tende a pensare che per esempio un leone sia semplicemente un leone. Eppure anche se appartenente alla stessa specie, ogni individuo differisce per qualcosa. Ed è quel qualcosa che cerco di cogliere ogni volta. Si devono ricreare le sembianze dell’animale di quando era vivo e non si ha molto tempo per farlo. Il tutto si svolge in una fase di decongelamento (se prima si era preservata la carcassa in un freezer) oppure subito dopo l’avvenuta morte. Si deve farlo utilizzando dell’animale in questione solo la pelle.

Quest’ultima dunque deve venire tolta dal soggetto morto secondo una logica ben precisa e cioè in base alla posizione che gli verrà conferita alla fine del procedimento (questo per evitare che si notino il meno possibile i tagli e le cuciture che saranno praticate in zone meno visibili rispetto alla posizione finale). Prima la pelle deve essere pulita, lavata con sciampo e conciata. La stessa pelle infine dovrà rivestire un manichino appositamente creato con l’esatta anatomia dell’animale in questione.

Un bravo tassidermista al termine di queste complesse fasi dovrà concentrarsi sul volto dell’animale e cercare di rendere a quest’ultimo un’espressione più realistica possibile. Se si tratta di animali domestici, la difficoltà per rendere quell’espressione realistica – l’espressione che al suo padrone ricordi esattamente il proprio animale quando era in vita – sarà estremamente maggiore.

Questa è effettivamente la cosa più complicata di tutte, ma poi se si lavora bene si viene gratificati dalle coinvolgenti reazioni dei padroni. Questo aspetto della tassidermia sconfina in campi della psicologia che all’inizio della mia carriera non avrei mai pensato di essere in grado di affrontare.

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Chi è la persona che si rivolge a un tassidermista?

Chiunque. Tutti o quasi quando mi chiamano o mi scrivono per inoltrare la loro richiesta si domandano se siano dei pazzi a rivolgersi ad un tassidermista per preservare il ricordo del loro caro estinto. Quando la morte (le persone previdenti chiamano anche prima che ciò accada) del loro “compagno di vita” del loro “amico” giunge e decidono di farlo “imbalsamare” mi trovo sempre di fronte persone molto turbare, tristi, amareggiate. È un lutto a tutti gli effetti.

Ciò che accade nella mente e nei cuori delle persone quando muore loro un animale non è nulla di diverso di quello che accade nei cuori e nelle menti delle persone a cui muore un parente o un loro simile al quale erano affezionati. I miei clienti sono persone, persone molto sensibili che soffrono molto per la “perdita” e che faticano ad elaborare il trauma. Io non sono uno psicologo perciò non ho gli strumenti adatti per inoltrarmi sul tema ma possiedo come tutti delle nozioni generali e la facoltà di approfondire temi che mi riguardano.

Quello che posso dire con sicurezza è che sono uomini e donne con belle storie da raccontare, con trascorsi bellissimi con i propri amici a quattro zampe, cani e gatti ma anche con uccellini, pappagalli, scoiattoli, galli, rettili, serpenti, tartarughe e qualunque altro animaletto che per loro sia stato importante.

Insomma ci sono tutti e ci sono storie strappa lacrime… Poi c’è una categoria di persone che trova un’animale morto per strada e me lo porta spinto dalla compassione per quell’essere esangue trovato a bordo strada. C’è di tutto: è un mondo parallelo che ha una sua anima pulsante. Infine ci sono i musei di storia naturale, di scienze, i dipartimenti di biologia per i quali realizzo pezzi da studio e da esposizione.

Sei continuamente a contatto con la morte. Che idea ti sei fatto di essa?

È un fatto naturale e come tale mi sono rassegnato ad accettarla. Riesco a trovare un forte fascino nel potere che evoca la morte. Con il mio mestiere è come se avessi trovato il modo di esorcizzare la paura ancestrale della morte. Ci sono a contatto tutti i giorni.

Mi trovo ad affrontare la morte rappresentata dal cadavere e la morte rappresentata dal dolore di chi subisce la perdita. Per molte persone un animale non ha la stessa importanze di un essere umano e sotto certi aspetti è comprensibile. Ma posso garantire che le persone che incontro io soffrono come se la perdita fosse stata di un essere umano. Una cosa però mi conforta: con me la morte non è più fine a se stessa ma torna ad essere qualcosa di vivo, iper vivo. Comunicazione. Rinascita. Ricordo che non svanisce.

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L’idea di alcuni è che il tassidermista sia un po’ come il cacciatore. Da dove provengono gli animali che imbalsami?

Effettivamente fino a qualche anno fa le due cose spesso coincidevano. Ci sono stati anni, penso agli anni 70, 80 in cui i cacciatori (e non) abbattevano quello che volevano, ogni cosa che si muoveva nel bosco o in un campo e la fauna soffriva… qualche mese fa durante una delle mie corsette mattutine sull’argine ho assistito a una delle scene più patetiche degli ultimi tempi. Due cacciatori stavano su un campo (zona urbana ai lati di un canale) intenti a braccare le uniche due o tre lepri rimaste che io quasi ogni mattina vedevo saltellare.

Probabilmente la lepre ce l’avrà fatta. Ovviamente tifavo per lei.  Oggi vista la scarsità di specie animali selvatiche ci sono leggi severe che li tutelano e regolano il loro abbattimento nel tentativo di preservare e ripristinare almeno un po’ gli equilibri naturali. Missione difficile ma non impossibile.

La stessa comunità di cacciatori negli ultimi anni è diminuita come sono diminuiti gli spazi naturali in cui praticarla e dove gli animali selvatici potrebbero riuscire a riprodursi di più. Ad ogni modo esiste una forma di caccia consapevole che può essere utile al mondo naturale se chi la pratica è un vero amante della natura. I miei animali provengono da donazioni di privati, da ritrovamenti casuali lungo la strada, in campagna, nei boschi o da veterinari e zoo.

Hai mai ricevuto critiche per il tuo lavoro?

Ovviamente si. Poche non tanto sulla qualità quanto sull’aspetto etico del mio mestiere. Trovo quest’ultime prive di consistenza perché fondate solo su preconcetti. Io mi sono sempre messo a completa disposizione fin dagli albori della mia carriere per fornire tutte le spiegazioni e chiarimenti richiesti di volta in volta da soggetti scettici. Ricevo infatti mail da persone che mi chiedono soprattutto che origine hanno gli animali che uso magari per le mie mostre.

Credo che alcuni pensino che io di notte, quando calano le tenebre mi aggiri tra i vicoli della mia città armato di mannaia in cerca di animaletti da squartare per poi imbalsamarli… a parete gli scherzi, da un lato mi fa piacere fornire indicazioni e rassicurare le persone, dall’altro mi infastidisce venire attaccato con argomentazioni a volte di basso livello come chi ha affermato recentemente che speculo sugli animali.

Ma io mi chiedo: se a uno muore il cane e mi chiede di fare il mio lavoro e cioè di imbalsamargli il cane e per questo chiedo il mio compenso, questo è speculare sugli animali?.  Accetto tutto, a malincuore ma accetto anche perché comprendo le perplessità verso una disciplina da sempre bistrattata e confusa con chissà quali orrende pratiche. Noi tassidermisti dobbiamo in parte “ringraziare” la letteratura e la cinematografia che sulla tassidermia ci hanno ricamato abbastanza sopra, descrivendola con gli aggettivi peggiori, collocandola in ambienti lugubri popolati da personaggi alquanto oscuri e tenebrosi.

In realtà non è proprio così, ma come in tutte le cose c’è sempre un po’ di fantasia e di verità di suggestione in ogni descrizione e noi ce la teniamo così com’è. Io di mio mi sono esposto portando la tassidermia ad un livello artistico inaspettato, rendendo questa offerta inizialmente difficile da capire e da digerire poiché totalmente nuova. C’è scarsa informazione sull’argomento e non mi stupisco delle stravaganti reazioni perché è una forma d’arte inedita della quale sono l’unico esponente italiano.

Inanimus è una mostra in cui si può affermare che la tassidermia classica si è separata dall’idea di lavoro artigianale per evolversi in qualcosa di artistico. Come è nato il progetto?

Inanimus è la rappresentazione dalla necessità di esprimere qualcosa di più complesso attraverso il materiale a mia disposizione. Mi diverto e trovo entusiasmante trasformare degli elementi naturali destinati altrimenti alla decomposizione. Recuperare e non buttare delle pelli, parti anatomiche, ossa e quant’altro che transiti nel mio laboratorio che qualcuno definirebbe scarti), è sempre stata una mia fissazione. Mi ha consentito di accumulare materiale utile a dare spazio alla fantasia e liberare delle attitudini che altrimenti sarebbero state destinate all’oblio.

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Anche l’accostare animali e tessuti diversi ha un che di surreale. Questi animali mutati per forma e aspetto da dove nascono?

Le creazioni di Inanimus sono diventate il veicolo del mio pensiero rispetto a temi attuali, a fatti che riguardano gli esseri umani, gli animali e le risorse naturali. È una modalità per esprimere la mia opinione su cose che accadono in una società in continua evoluzione, sulle sue contraddizioni; ma anche sullo stato di salute della natura, sulla vita e sulla morte.

L’arte è comunicazione, e a meno che non sia arte minimalista che rappresenta le cose per quello che sono, le opere – per prendere in prestito la teoria dei sogni di Freud - hanno sempre un significato manifesto e uno latente. Che riflessioni vuoi dare al pubblico?

Ogni opera ha un suo significato manifesto ma allo stesso tempo ad ognuno suscita un’emozione unica a partire dal proprio vissuto interno. La pre-potenza di Inanimus nell’evocare in ciascun spettatore emozioni apparenti all’inconscio è e rimane la mia prima ambizione.

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Visti i tempi odierni, sono sempre meno coloro che decidono di fare un lavoro come il tuo. Che futuro vedi per la tassidermia?

Resterà un mestiere di nicchia. in definitiva a meno che non ci sia una colossale inversione di tendenza i clienti per questo mestiere continueranno a essere pochi. Ultimamente però registro un dato interessante: sempre più giovani mi contattano perché vorrebbe imparare il mestiere.

Questo mi fa molto piacere. Al contrario mi dispiace molto dover dire di no perché io non sono nelle condizioni di assumere nessuno. Se in questo paese si potesse tenere qualcuno a bottega come funzionava una volta per insegnagli un lavoro sarebbe fantastico.

Però non è cosi e se vai contro le regole ti aspettano multe, sanzioni penali e quant’altro e non me la sento di affrontare questo girone dantesco per trasmettere a qualcuno il mestiere. Perciò al momento accetto solo studenti di accademie o delle superiori che decidono di fare un tirocinio o alternanza scuola lavoro.

Per fare questo lavoro ci vuole sicuramente passione, ma se non avessi scelto la carriera di tassidermista cosa avresti fatto?

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Veronica Siviero

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