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SAN FRANCISCO

La città del Yes We Can

Per molti è sinonimo di sole, oceano, libertà e gente fantastica. Conosciuta originariamente come Yearba Buena, il giornalista Herb Caen la battezzò “Bagdad sulla baia”, mentre per qualcun altro è “The city that Knows How”. L’origine del nome (come per molte altre città della California) si deve all’arrivo degli spagnoli che diedero inizio a una colonizzazione del territorio a partire dal Settecento. Tra il 1769 e il 1823, vennero fondante in California ventuno missioni con nomi di Santi a opera dei francescani: dalla prima a San Diego, si continuò lungo tutta la costa salendo in direzione nord, fino a San Francisco; di pari passo, anche le numerose cittadine e gli avamposti militari che sorgevano per il controllo del territorio a difesa degli interessi del regno di Spagna e la conversione al cattolicesimo dei nativi americani presero nomi di Santi, finché nel 1850, dopo essere stata sottratta al Messico, entrò a far parte degli Stati Uniti.

Nel 1848 San Francisco era un insediamento messicano di poco più di 800 anime e solo quando qualche anno dopo, nelle colline ai piedi della Sierra Nevada, si trovò l’oro essa si trasformò in un agglomerato portuale di 100mila abitanti. Fu proprio lì che i minatori impegnati nella corsa all’oro iniziarono ad usare i blue jeans. Terminato l’oro, in città scoppiò il panico e l’ira si riversò sulla comunità cinese che per proteggersi da allora vive segregata in quel “ghetto dorato” che è Chinatown. Considerata la più antica d’America, entrarvi è come fare un viaggio dall’altra parte del pianeta. La Porta a tre arcate, sormontata da tegole verdi e decorata da un gran numero di animali propiziatori, ispirata agli ingressi cerimoniali dei villaggi cinesi, è come se desse accesso a una città proibita.

Oltrepassata la porta si trovano i negozi più eleganti di Chinatown, lampioni con i draghi, tetti dai profili all’insù ed empori stipati fino al soffitto con ninnoli di ogni genere. Ci sono i templi, antichi e moderni, ci sono i colori e i sapori e quella riservatezza che da sempre caratterizza il popolo “discendente dal drago”; ma si sa, mogli e buoi dei paesi tuoi, e in questo i cinesi sono bravissimi a creare piccole “Cine” in giro per il mondo. Dopo il crollo della ricerca dell’oro, l’unico modo per pagare i debiti era quello di accettare lavori pericolosi come la costruzione delle ferrovie dei magnati, gli scavi e i disboscamenti di grandi aree, finché la crescita della città ebbe un freno nel 1906 a causa di uno spaventoso terremoto.

Ma, come è noto, gli americani non si danno mai per vinti e i lavori ripresero per tutti gli anni ‘30 dove pittori muralisti (tra cui Frida Kahlo) inaugurarono la tradizione dei murales. Una città che che era già proiettata verso la libertà d’espressione individuale. La Seconda guerra mondiale mutò questa atmosfera: donne e afroamericani si sobbarcarono l’onere di una tumultuosa crisi economica mentre la comunità giapponese fu internata in campi di prigionia per volere di Roosvelt. Finita la guerra, molti militari gay decisero di stabilizzarsi nell’unica città dove era possibile vivere la propria sessualità senza destare scandalo: San Francisco infatti era famosa per la sua libertà sessuale già all’inizio dell’Ottocento, quando avventurieri e cercatori d’oro, costretti a vivere sempre tra di loro, sperimentavano l’omosessualità. Già nei primi anni del ‘900 si aprirono i primi locali gay, come il famoso Mona, per sole donne e Finocchio’s per gli uomini.

Si venne così a creare una comunità che negli anni ‘60 fondò la Society for individual rights. Nel 1964 il periodico Life proclamò San Francisco capitale dei gay. Dalle battaglie a favore dei diritti civili e la libertà di espressione a capitale delle droghe psichedeliche negli anni ’60. Gli anni ’80 furono un periodo destabilizzante per il mondo quando l’ombra dell’Aids minava quella libertà sessuale che da sempre contraddistingueva la città, ma essa reagì divenendo un modello di prevenzione e trattamento della malattia. Gli anni ’90 sono i visionari dell’informatica con la Silicon Valley a farla da padroni, dando il via alla rivoluzione del web e decretandola capitale dei nerd.

Ma San Francisco è molto altro ancora: è la quarta città al mondo per numero di miliardari, è il Muir Woods, un incontaminato parco di sequoie giganti, è il famoso biscotto della fortuna inventato al Giardino del tè giapponese da Makato Hagiwara. San Francisco è i suoi caffè, ben 300 disseminati in tutta la città, patria del famoso Irish coffee (e non in irlanda come si potrebbe pensare). È la città delle strade tortuose che risuonano dal gemito dei freni e il tintinnio delle campane d’ottone dei tram in grado di affrontare le vertiginose pendenze della città (alcuni dei quali acquistati dall’ATM di Milano).

Nella sua baia si trova anche la famosa isola della prigione federale di Alcatraz, dove Al Capone fu imprigionato per alcuni anni e che venne definitivamente chiusa nel 1963. Celebre è il Golden Gate Bridge, il ponte sospeso ormai simbolo della città che collega la baia di San Francisco con la Contea di Marin, nell’Oceano Pacifico. Costruito nel 1937, era il più grande ponte sospeso del mondo; perso il primato rimane pur sempre un’opera architettonica e ingegneristica di grandissimo valore: 2.710 metri di lunghezza per 225 metri di altezza delle torri e 67 metri sull’acqua, colpisce il diametro dei cavi che lo sorreggono: oltre 90 cm.

Dipinto originariamente con vernice rossa al piombo, in seguito si optò per il colore arancione, ben visibile in caso di nebbia. Tra case vittoriane dipinte e gallerie d’arte, San Francisco ha molto da offrire, basta non tardare per la cena, perché la felicità la si può trovare anche in un piatto. Una volta si sognava l’America, si partiva affidandosi alle preghiere per raggiungere la terra delle mille opportunità, il sogno americano era ovunque. Ora si è più selettivi, e molti vogliono andare nella città più europea d’America, che Jack Kerouac decantò così: “L’aria era così pacata, le stelle così affascinanti e la promessa di ogni viuzza acciottolata così grande…” Al mattino la nebbia sulla baia annulla il confine tra terra e oceano, la realtà diventa solo uno dei tanti punti di vista, lasciandoci sognare che il mito americano possa ancora realizzarsi.

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